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 ALLA RICERCA DELLA FAMOSA COPPA DI GESU'

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MessaggioTitolo: ALLA RICERCA DELLA FAMOSA COPPA DI GESU'   Ven Ago 15, 2008 1:31 am

Alla ricerca della Famosa Coppa di Gesù
di Mariano Tomatis
Considerato il fatto che la Sindone di Torino sia sopravvissuta per duemila anni, e che tra gli scienziati sia quasi unanime l'opinione che si tratti del vero lenzuolo che avvolse Gesù, non stupirebbe la possibile esistenza di una coppa che è ricercata da secoli e che viene denominata "Graal".

Ci sono dei documenti che provano la sua esistenza?

Della coppa si parla nei tre Vangeli Sinottici; in Matteo 26, 27-28 si legge: [Gesù] prese la coppa del vino, fece la preghiera di ringraziamento, la diede ai discepoli e disse: "Bevetene tutti, perchè questo è il mio sangue, offerto per tutti gli uomini, per il perdono dei peccati."

In seguito, forse Nicodemo o Guseppe d'Arimatea, scrissero un Vangelo che la Chiesa non riconosce, attribuendogli l'aggettivo di Apocrifo. In questo quinto Vangelo, le cui trascrizioni più antiche che possediamo risalgono al VI secolo, viene descritta in dettaglio la calata di Gesù dalla croce, e viene descritto Giuseppe d'Arimatea che raccoglie in una coppa il Sangue del Cristo.

Chi potrebbe aver conservato il Graal?

Le tappe storiche che la reliquia avrebbe seguito sono descritte in un testo medievale dello scrittore Robert de Boron, intitolato Joseph d'Arimathie. Queste, in breve, le vicende seguite dal Graal:

Quando Gesù risorse, i Giudei accusarono Giuseppe d'Arimatea (proprietario della tomba ove Cristo fu deposto) di aver rubato il cadavere. Egli fu dunque imprigionato in una torre e privato del cibo. All'interno della prigione, apparve Gesù in un limbo di luce, affidando a Giuseppe la sua coppa. Lo istruì ai misteri dell'Eucarestia e, dopo avergli confidato alcuni segreti, svanì. Giuseppe poté sopravvivere grazie ad una colomba che, ogni giorno, entrava nella cella e depositava un'ostia all'interno della coppa. Nel 70 d.C. fu rilasciato, grazie all'intervento dell'imperatore romano Vespasiano, e insieme a sua sorella e al suo cognato Bron, andò in esilio oltre il mare, con un piccolo gruppo di seguaci. Qui venne costruita una tavola, che venne chiamata Prima Tavola del Graal: doveva ricordare il cenacolo, e infatti c'erano tredici posti di cui uno era occupato da un pesce, che rappresentava Gesù, e un altro, che rappresentava il seggio di Giuda, era nominato "Seggio periglioso". Giuseppe partì per le terre inglesi, dove a Glastonbury fondò la prima chiesa Cristiana, che dedicò alla Madre di Cristo. Qui il Graal venne custodito e utilizzato come calice durante la celebrazione della Messa, alla quale partecipava l'intera compagnia.

Alla morte di Giuseppe, la custodia passò a Bron, il quale divenne celebre con il nome di "Ricco pescatore", per aver saziato l'intera compagnia con un pesce che, posto nel Graal, si era miracolosamente moltiplicato. La compagnia si insediò ad Avalon, un luogo che ancora oggi non è stato identificato: si pensa, comunque, che si trovi nel nord Europa. Qui, alla morte di Bron, divenne terzo custode del Graal un uomo di nome Alain. Venne costruito un castello a Muntsalvach, la Montagna della Salvezza (la cui ubicazione è sconoscuta), proprio per custodire il Graal, e nacque uno specifico ordine cavalleresco, chiamato Ordine dei Cavalieri del Graal, sorto con lo scopo di proteggere il calice. Essi sedevano alla Seconda Tavola del Graal, ove la reliquia dispensava a tutti ostie consacrate. Il custode del Graal assunse il titolo di Re e Sacerdote. Dopo alcune generazioni, divenne re un uomo chiamato Anfortas, il quale ricevette una misteriosa ferita che lo rese sterile; sulle cause della ferita ci sono diverse versioni: secondo alcuni avrebbe perso la fede, secondo altri avrebbe rotto il voto di castità per amore di una donna, secondo altri sarebbe stato colpito accidentalmente da una lancia, da parte di uno straniero che si stava difendendo. Il re divenne celebre con il nome di Re Ferito, e la terra su cui regnava venne colpita da un periodo di sterilità: si parla, a proposito di questo periodo, di Terra Desolata (Waste Land).

La lancia con cui il re venne colpito fu identificata con la Lancia di Longino, il soldato Romano che secondo la tradizione biblica avrebbe trafitto il costato di Cristo sulla croce. Essa venne custodita all'interno del Castello del Graal insieme ad una spada, al piatto che sorresse la testa di Giovanni Battista, e al Graal. Questi quattro oggetti influenzarono molto profondamente la cultura successiva, tanto che nei semi delle carte da gioco italiane compaiono ancora le coppe (il Graal), le spade (la spada), i denari (il piatto) e i bastoni (la lancia di Longino). Al fine di ritrovare il Graal, il mago Merlino fondò la Terza Tavola del Graal, chiamata Tavola Rotonda. Dopo aver educato il giovane Artù, quest'ultimo divenne re di Camelot, e si circondò di una compagnia di cavalieri, che presero il nome di "Cavalieri della Tavola Rotonda". Il giorno di Pentecoste il Graal apparve nel centro della Tavola, avvolto in un nimbo di luce, scomparendo dopo breve. I cavalieri, allora, si impegnarono in una ricerca iniziatica del Calice: i più celebri furono Lancillotto, Galvano, Bors, Perceval e Galahad.

Lancillotto fu in grado di avvicinarsi al Graal, ma venne colpito da cecità a causa del suo adulterio con la moglie di Artù, Ginevra. Galvano raggiunse il Castello del Graal ma non riuscì a raggiungere il Graal a causa della sua natura troppo legata alle cose del mondo: egli era privo di quella semplicità richiesta al ricercatore. Soltanto in tre raggiunsero il Graal e furono in grado di partecipare ai suoi misteri: Galahad, cavaliere vergine, Perceval, l'Innocente, e Bors, l'uomo comune, che fu l'unico a ritornare alla corte di Artù per portare la notizia del ritrovamento. Nessuno di essi, però, poté impadronirsene. Perceval, dopo aver vagabondato per cinque anni, ritrovò la strada per il castello del Re Ferito (anche chiamato Re Pescatore), e dopo avergli posto una misteriosa domanda - "Chi serve il Graal?" - risanò la ferita del sovrano. L'acqua tornò a scorrere nella Terra Desolata, facendola fiorire.
Galahad, Perceval e Bors ripresero la ricerca, raggiungendo la città orientale di Sarras, la città del Paradiso, dove il Graal era stato trasferito. Qui parteciparono ad una Messa durante la quale Cristo apparve in una visione dapprima come celebrante, poi come un bambino, e infine come un uomo crocifisso.
Galahad, in seguito alla visione, morì ed venne portato direttamente in cielo. Perceval ritornò al castello del Re Pescatore, e alla morte di costui, lo sostituì sul trono. Bors, invece, ritornò a Camelot.

Il Graal riposò, così, per i secoli successivi a Sarras, una città che ancora oggi non è stata identificata.
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MessaggioTitolo: Re: ALLA RICERCA DELLA FAMOSA COPPA DI GESU'   Ven Ago 15, 2008 1:32 am

Esistono dati storici provati?

Proviamo - adesso - ad immaginare ciò che avvenne del Graal il giorno della Passione di Gesù. Secondo Robert de Boron, sarebbe rimasto in custodia nelle mani di Giuseppe d'Arimatea. E' possibile, però, che esso sia stato deposto nel Santo Sepolcro insieme al cadavere di Cristo: era uso comune - infatti - deporre accanto al morto gli oggetti che gli erano appartenuti o in qualche modo erano connessi a lui. Esiste qualche dato storico che prova questa seconda affascinante ma altrettanto probabile ipotesi? La risposta è sorprendentemente "sì!".

Come si presentasse, al suo tempo, il luogo dove venne pietosamente sepolto il Morto del Golgotha fu per secoli uno dei più confusi problemi d’archeologia. La tradizione, invece, è stata dall’inizio univoca e fermissima. Le testimonianze evangeliche dicono che il piccolo colle dell’esecuzione era fuori delle mura, ma "vicino alla città"; pietroso com’era lo si chiamava in ebraico "Gulgoleth", "Golgotha" in aramaico, e nell’antico latino di Tito Livio "Calva", cranio calvo, Calvario. E ancor oggi, gli arabi chiamano "Ras", testa, una prominenza sassosa. Ma sul pendio occidentale cresceva un giardino, un arido giardino di ulivi e palme, dove il ricco sanhedrita Giuseppe, originario di Ramataim, che noi abbiamo grecizzato in "Arimatea", aveva fatto scavare un sepolcro, forse per sé e, secondo l’uso ebraico, in futuro ampliabile per la discendenza familiare. Infatti, a quei giorni, non vi era stato sepolto nessuno. Non era stato il solo a scegliere quel luogo per un uso funerario, perché alla base della roccia asciutta e scoscesa sono state rinvenute altre antiche tombe ebraiche.
Nell’antico Israele le sepolture ebraiche erano scavate in terreni elevati e asciutti e al riparo da possibili alluvioni. Somigliano a camere, a volta un vano d’ingresso e un secondo, più interno. Vi si trovano sarcofagi di pietra o loculi scavati nella roccia (kokhim), a volte una fossa al centro della stanza, o banchi lungo le pareti. Il Sepolcro del Sanhedrita Giuseppe da Ramataim, come è descritto nei Vangeli, corrisponde all’architettura funeraria ebraica di tipo signorile, di duemila anni or sono - così come ci è stata rivelata dai più recenti scavi. Un’anticamera, ricavata nella pietra, per le operazioni rituali, e poi la camera funeraria. Dall’esterno, l’accesso era molto basso e poteva venir chiuso facendovi rotolare contro una grossa pietra circolare.

Nel 70 Gerusalemme subì le più tragiche e distruttive vicende della sua lunghissima storia: la rivolta ebraica, che passò ai posteri come "Guerra Giudaica" - l’assedio di Tito, che con la sua vittoria avrebbe poi guadagnato l’impero - la dispersione in schiavitù della popolazione superstite, che avrebbe dato origine a una Diaspora millenaria - il saccheggio dei tesori del Tempio, portati in trionfo a Roma - la grandiosa mole del Tempio demolita fino al piano delle fondazioni. Le nascenti tradizioni cristiane furono travolte. Il colle del Golgotha e il pendio contiguo - dove Giuseppe da Ramataim aveva sepolto Gesù e forse posto il Graal - furono rinchiusi in una possente muraglia di contenimento. Poi vi furono rovesciate enormi quantità di terra, prendendola da fuori città, per elevare un terrapieno, in cui Golgotha e Sepolcro sprofondarono.

Nella nuova città di Aelia Capitolina - così era stata rinominata Gerusalemme - nacque poco a poco una segreta comunità cristiano-giudaica, che guidata dal vescovo Marco, mantenne intatta la memoria storica del Sepolcro interrato. Nel 312, Costantino conquistò il potere con il determinante appoggio della semiclandestina cristianità. Nel 324 prese il controllo anche delle provincie orientali; e dovunque - e più che in ogni altro luogo a Gerusalemme - affiorarono con impeto dal silenzio le memorie cristiane.

Costantino scendeva verso Gerusalemme, quando il vescovo della città, che si chiamava Macario, andò ad incontrarlo a Nicea. Doveva essere un oratore persuasivo, e soprattutto sicuro di quanto diceva perché nelle sue parole rivisse la tormentata memoria storica di tre secolo di cristianesimo sommerso: un periodo clandestino che in quei giorni finiva. Il vescovo Macario conosceva bene - tramandati dalla precusa memoria verbale delle famiglie giudeo-cristiane e dei loro sacerdoti - dove fossero tutti i luoghi storici dell’esistenza di Cristo, i testimoni di quei trentatré anni, la nascita in Bethlehem, le case familiari di Nazareth, il colle dove erano state pronunciate le parabole, la sala di quell’ultima cena, il luogo del processo e quelli della morte terribile e della sepoltura, così spietatamente cancellati da Adriano. Costantino ascoltò affascinato dall’intensa suggestione che il racconto operò su di lui e sua madre Elena, e decise la prima operazione archeologica della storia: scavare e riscoprire il Golgotha e il Sepolcro.

Si incominciò subito, in mezzo a una folla di curiosi, i cristiani trepidanti e pronti a vedere in ogni pietra smossa un segno di quanto cercavano. Insieme a numerose altre presunte reliquie, si proclamò che era stata trovata una coppa che Elena ritenne essere quella stessa usata da Maria di Magdala: di essa si era servita per raccogliere gocce del sangue di Cristo dopo la crocifissione. E’ difficile fare ipotesi sulle sorti della coppa. Pur essendo giunti a noi numerosi resoconti coevi delle ricerche promosse dall’imperatrice Elena del sito del Santo Sepolcro, in essi manca ogni accenno alla sorte della coppa, sebbene nel V secolo lo storico Olimpiodoro scrivesse che venne portata in Britannia quando nel 410 Roma fu saccheggiata dai visigoti. Non mancano neppure contradditori racconti relativi al suo aspetto: in alcuni di essi si tratta di un piccolo recipiente in pietra, in altri di una grande coppa d’argento, e il più popolare narra che era stata incastonata da un artiere romano in uno splendido recipiente d’oro impreziosito da pietre.

Si tratta del Graal? Il calice è giunto a Roma ed è finito in Britannia? Interrogativi che rimarranno tali sinché nuovi dati storici non verranno alla luce.
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MessaggioTitolo: Re: ALLA RICERCA DELLA FAMOSA COPPA DI GESU'   Ven Ago 15, 2008 1:33 am

Quali sono le ipotesi più probabili?

Le due storie del Graal presentate rappresentano due ceppi differenti: mentre l'ultima appartiene ad un filone fondato su documenti, scavi archeologici e studi storici, la prima è tratta dal corpo della letteratura Graaliana, ed è indubbio che essa debba essere depurata dai molti elementi che si sono aggiunti nel corso dei secoli, e che con ogni probabilità hanno rivestito eventi reali di simbolismi e allegorismi. Nel concetto di Terra Desolata, ad esempio, si può leggere il periodo di carestia che colpì l'Europa nel passato. E i vari movimenti del Graal, sintetizzati nella tabella qui sotto, possono documentare reali traslazioni della reliquia, avvenute durante i secoli:

Gerusalemme
Palestina

Glastonbury
Inghilterra

Muntsalvach
Montsegùr, Francia?

Sarras
Siria, patria dei Saraceni?


Dove si trova Sarras? La città è situata "ai confini dell'Egitto", e dal suo nome deriverebbe l'aggettivo "saraceno". Potrebbe trattarsi della Siria, della Giordania o dell'Iraq. Secondo lo scrittore trecentesco Albrecht von Scharffenberg, che scrisse "Il secondo Titurel", il Graal sarebbe custodito in un castello detto "Turning Castle" (Castello rotante). Le caratteristiche del castello sono assolutamente simili a quelle del palazzo persiano chiamato Takt-I-Taqdis, costruito nel VII secolo d.C.: era possibile farlo ruotare su grandi rulli di legno. Secondo un'altra leggenda nel castello si sarebbe trovata anche la Santa Croce di Gesù, sottratta da Gerusalemme dal re Chosroes II, che eresse il castello di Takt, il quale saccheggiò la Città Santa nel 614, portando la croce in Persia. Si diceva che insieme alla croce si trovasse il Graal. Quindici anni dopo, nel 629, l'imperatore bizantino Eraclio marciò sulla città di Takt, portando con sé la Croce a Costantinopoli. Con essa, egli potrebbe aver portato con sé anche il Graal. Costantinopoli divenne in seguito celebre per essere la città più ricca di reliquie dell'intera cristianità. La Sindone di Torino, ad esempio, fu custodita ad Edessa dal 33 d.C. (proprietà di re Abgar) al 15 Agosto 944, giorno in cui l'imperatore bizantino mandò un esercito ad appropriarsi della reliquia. Il sudario venne probabilmente preso dai Templari nel 1204, e da qui avrebbe raggiunto Lirey, in Francia.Come la Sindone, così il Graal potrebbe esser stato trovato a Costantinopoli durante le Crociate: ciò spiegherebbe il motivo per cui i romanzi del Graal comparvero improvvisamente sulla scena. Se il Graal raggiunse l'Europa, non è chiaro dove possa esser custodito. Potrebbe esser stato portato in Italia dai Savoia, che entrarono in possesso anche della Sindone. Per questo motivo si pensa possa trovarsi a Torino.

Secondo altri, il Graal sarebbe caduto in mano alla setta dei Catari, e portato nel castello di Montsegur ove, in questo stesso secolo, fu ricercato da un ufficiale nazista, Otto Rahn. Ma le teorie sono molte, e sono state raccolte tutte nella sezione dedicata ai "Luoghi" del Graal, che amplia alcuni dei dati qui presentati e raccoglie una gran quantità di ipotesi, tra le quali forse qualcuna nasconde un barlume di verità.
La storia del Graal secondo Indiana Jones

Il Graal è un calice scolpito nel legno di ulivo, utilizzato da Gesù durante l'Ultima Cena. Dopo la sua morte, avvenuta nel 33 d.C., Giuseppe d'Arimatea lo riempie con il suo sangue. Dopo una lunga prigionia, Giuseppe porta il Graal a Glastonbury, e dopo la sua morte, suo cognato Bron lo porta con sè nella fortezza di Monsalvat, sui Pirenei. Dopo alcuni secoli, Perceval raggiunge il Graal al Monsalvato, e lo porta nella sua patria, in Galles, nel paese di Mochdref, dove un certo Taliesin ne canta le lodi:

Argentato come la spuma del mare,


Luminoso come lo specchio di Bronwyn,
Fragrante come la carne di Bldenwedd,
Potente come la spada di Bran;
Intagliato con incanesimi di benedizione
Nella lingua segreta dell'Est,
Questo vaso, il coracle stesso di Dio
Caccia il vecchio di fronte al nuovo.

Prima del 717 il Graal viene trasferito ad Avalon, dove un eremita scrive in un diario (ritrovato dal professor Charles B.Hawken di Oxford) di aver visto

...la modesta coppa di legno contenente il sangue di Dio,
che risiedeva ad Avalon nei gloriosi giorni di Re Arturo,
fregiata con simboli sacri
risplendente della luce stessa della grazia.

Intorno al 950, i vichinghi saccheggiano la città di Iona, portando il Graal verso est. Si ha notizia del saccheggio grazie ad un frammento ritrovato nell'Abbazia di Cantanez, che recita:

...il calice del Nostro Signore scolpito nell'albero della pace su di un vassoio d'argento, su uno sciamito di smeraldo,rinato alla nostra casa dal Galhaut il Puro nei giorni di Artuto, allorché la giusta Logres cadde,la più sacra fra le sacre reliquie col sangue ci portarono viaalla loro terra di tenebre dove il Diavolo è signore.
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MessaggioTitolo: Re: ALLA RICERCA DELLA FAMOSA COPPA DI GESU'   Ven Ago 15, 2008 1:35 am

ELEMENTI CELTICI DEL GRAAL, DI EXCALIBUR E DI MERLINO

di STELIO CALABRESI

Nella leggenda di Re Artù si ritrovano tre segni particolarmente complessi, comunque rivelatori della chiave simbolica che ne costituisce la chiave di lettura: si tratta dell’Excalibur, del Graal e di Merlino, in genere assunti come oggetti concreti, mete di concrete ricerche, non solo romanzesche.

Entrambi sono stati confusi con simboli della cristianità.

Ma si tratta di conclusioni improprie, profondamente inesatte, sia per quanto riguarda l’essenza materiale, sia per quanto concerne il collegamento con la religione, sia – infine – in rapporto alle origini.

L’Excalibur, innanzi tutto.

Il Medioevo pullula letteralmente di spade dai poteri straordinari (si pensi alla Joyeuse di Carlo Magno, alla Durlindana di Orlando, alla Fusberta di Astolfo, a quella di Siegfried (la spada spezzata per intervento i Odhinn: ricongiunta dal nano Minne, consente l’uccisione del drago Fafner come ci narra il ciclo wagneriano del Reingold): si può affermare che non esista cavaliere che non abbia una spada dai poteri straordinari: e il ciclo di Artù, nella sua caratterizzazione cavalleresca medievale non fa eccezione a questa regola.

Tutte sono creazione di magia o connesse a poteri magici; tutte costituiscono il mezzo per compiere imprese eccezionali (basti pensare alla strage di saraceni che il Paladino Orlando compie, a Roncisvalle, prima di soccombere (Chanson de Relonad). Ma la sola Excalibur è connessa alla terra ed all’acqua.

Si ritiene che fosse stata ricavata dalla punta della lancia con la quale il centurione Longino trafisse il costato del Cristo. In quanto tale, viene associata, in Germania, alla Heilinge Lance conservata nel Kunstistorische Museum di Vienna.

Questa, in effetti, corrisponde alla versione cristiana del simbolo della spada che associa la stessa alla croce (tale associazione deriva dalla stilizzazione del disegno di lama, impugnature e guardamano). Ma esso è valido unicamente per l’unione del simbolo della spada all’icona del Graal.

Tra i due simboli, quello dell’Excalibur è cronologicamente il più recente. L’arma dai poteri straordinari come abbiamo detto, compare nei miti di molti popoli sotto svariati nomi (Durlindana, Spada che canta, Joyeuse etc.). Di fatto però essa conquistò la celebrità soprattutto per le leggende celtiche e per il mito della "spada nella Roccia”.

Thomas Mallory vuole che essa sia stata forgiata da Merlino e da questi sarebbe stata portata, dopo la morte di Artù, ad Avalon. Per l’anonimo autore di La mort d’Arthur, sarebbe invece stata gettata da Parsifal nel lago e restituita alla Signora del Lago.

Oggi è difficile percepire il complesso significato del simbolo perché nell’Excalibur hanno finito per confluire, confondendosi, aspetti pure simbolici di svariata provenienza e di diversa significazione.

Possiamo percepirne il senso solo se riusciamo a risalire alle origini del mito. Nella versione più versione (quella celtica) era simbolicamente l’equivalente della lancia. Come abbiamo visto, per i Celti, infatti la lancia era quella lancia del Dio Lugh, che gli donata uomini.

Tale identificazione tuttavia subì una nuova trasformazione quando – sotto l’influsso della mitologia germanica – finirà si confuse con la lancia di Odhinn, sulla quale sono incise le rune del fato.

Per entrarne in possesso Odhin restò impiccato per sette giorni e sette notti con la perdita di un occhio.

Il Graal. Diversa è le genesi del Graal che proviene direttamente dalla mitologia dell’Irlanda celtica ed è molto più antico dell’Excalibur.

Tradizioni esoteriche più tarde vogliono che l’Excalibur sia stata custodita da una setta esoterica detta dei "Fratelli Iniziati" (forse i Rosa Croce N.d.A.). La setta avrebbe lasciato tre indizi in forma di croce a Glastonbury, nel duomo di Modena ed in quello di Otranto; su tutte le croci compare la scritta "Hic iAcet Arturius rex in insulA Avalonia"; la combinazione di tali croce darebbe luogo ad un acrostico in cui le A sembrano individuare il circolo di megaliti di Stonehenge.

Sta’ di fatto che la tradizione della “spada nella roccia” appartiene ai costumi dei cavalieri unni e sarmati; Unni e Sarmati avevano avuto contatti con il mondo occidentale avendo fornito truppe ausiliare ai romani. La leggenda era passata così in occidente e, forse, direttamente in Bretagna.

Entrambi i popoli solevano infiggere la spada nel terreno per metterla in comunicazione diretta con le correnti di forza della Grande Madre.

La spada si caricava di magia, modificava, per così dire, la propria struttura, diveniva “magica” e rendeva invincibile chi l’impugnasse ed era, per un guerriero, il segno del comando.

Infatti la caratteristica dell’Excalibur era quella di essere “la spada dei Re”, che rendeva invincibile anche se non invulnerabile (era la sua guaina che tutelava il re dalla perdita di sangue per ferite).

D’altra parte l’estrazione della spada dalla roccia era esso stesso un atto magico e la capacità di compierlo individuava, in maniera incontestabile, la persona del “Re” come capo carismatico.

Ma fermiamoci di doni dei Tuata de Dannan che, oltre alla Lancia di Lug, comprendevano la Pietra di Fal, il Calderone magico e la Coppa di Dagda; Si trattava, n ogni caso, di prefigurazioni del Graal. Difatti se la lancia di Lug si sonnette in maniera più o meno diretto alla Excalibur, Pietra, Calderone e Coppa so ritrovano tutti nel Graal.

In origine il Graal non fa parte della saga arturiana. Vi approda nel XII sec. con il Perceval di Chrétien de Troyes; esso ma non ha, però, una connotazione religiosa specifica. Nella successiva opera di Wolfram von Eschenbach, invece, il simbolo ha già assunto una connotazione cristiana.

Né Chrétien de Troyes, né Wolfram von Eschenbach ci dicono – e noi non sappiamo – cosa fosse il Graal. Da Chrétien e da Wolfram possiamo comprendere solo che si tratta di un simbolo di redenzione, di un modo per il quale l’uomo può venir fuori dalla “vasted land”.

Qualunque cosa sia il Graal (pietra, coppa o bacile), è in possesso del “Re Magagnato”, alla cui presenza viene utilizzato per una strana processione nel corso della quale il “puro folle” – Parsifal – non osa porre le domande che gli premono ed il Graal scompare mentre la terra torna ad essere “vasted”.

I vaghi cenni che ne danno i bardi fanno pensare ad una pietra o ad un bacile, ma anche ad una coppa. In tutti i casi restiamo nell’ambito del mito celtico dei doni dei Tuata de Dannan, anche se l’ipotesi della coppa ci fa pensare principalmente al calderone dell’Annwn, il magico contenitore che si riempie in continuazione e che sembra una variante della cornucopia, simbolo di prosperità e benessere.

Ma questa immagine non sembra soddisfare l’evidente collegamento con il “Re Magagnato”. “Magagnato” significa colpito da ferita non sanabile, inguaribile come versione personale della vasted land. In queste senso il Graal, più che alla redenzione sembra collegato all’immagine del peccato (ed, allora, perché il Graal non funziona sul Re magagnato?).

In effetti ciò che ci crea perplessità è la caratterizzazione cristiana che il simbolo assume quanto passa nell’opera dei bardi del Ciclo Bretone ai quali si deve l’elaborazione della “Queste du san Graal”.

Può questa nuova immagine, per quanto deformata, essere comunque corretta, cioè restare aderente al carattere originario puramente celtico della rappresentazione del rito?

In questa chiave di lettura la processione descritta da Chrétien de Troyes è un rito iniziatico nel quale ci si aspetta che Parsifal faccia qualcosa che, in effetti, non fa. Parsifal-Perceval non pone le domande (che cosa è il Graal? di chi è al servizio il Graal? chi è il Re magagnato?): rimanendo muto rompe l’incantesimo e la magia si dissolve.

Da ciò possiamo comprendere come nella realtà il Graal non abbia una consistenza materiale. Il suo significato va ricercato unicamente nel suo valore simbolico. La conferma viene dai versi del Preiddu Annwn attribuiti al poeta Taliesin.



In Caer Pedryvan, dopo averlo percorso per quattro volte

raggiungemmo il calderone dell’Annwn

che portava intorno all’orlo una fila di perle.

Dal fiato di nove muse esso era riscaldato

ed esso non può cuocere il cibo di un codardo.



Sicché il Graal – o il calderone dell’Annwn o la Coppa di Dagda – altro non è se non l’essenza dell’uomo fatto di santità e di depravazione (Prima materia filosofale). E, non a caso, la mitologia celtica lo definisce dono dei Tuata de Dannan.

Posta la questione in questi termini, cominciamo a capire il significato più profondo del simbolo considerando il Graal come pietra (betile) ed associandone l’immagine a quella della spada – lancia. L’essenza di questa pietra è la stessa di quella sulla quale è infissa l’Excalibur, è il ventre della terra che forgia e riforgia la spada, la ricarica di energia vitale, la rende “magica”.

Allora il mutismo di Parsifal – Perceval equivale al rifiuto della rinascita iniziatica, il rifiuto della vita ad un livello di coscienza superiore, il rifiuto di accostarsi alla magia della spada. Per questo il Re resta “magagnato”, la processione scompare, la terra si copre degli sterpi e dei pruni della devastazione, il Graal si perde.

Solo l’atto di Re Artù, che accetta su di sé la responsabilità di estrarre la spada donando alla terra il re, la spada e la primavera con le energie vitali della Grande Madre, redimerà la terra dal peccato di origine.

Il resto della saga arturiana è frutto della elaborazione più tarda, che vi sovrappone un significato religioso – cristiano. Re Artù non è – come Parsifal o Galaad, a seconda delle versioni - il “puro folle”: egli è macchiato dal “peccato originale” della nascita per opera di violenza (l’unione di Uther Pendragon ed Igrain) e sarà ancor più macchiato dalla unione, involontaria quanto si vuole, con la sorellastra Morgausen. Alla sua redenzione non basterà il battesimo dell’acqua, ma sarà necessario il battesimo del fuoco: la morte per mano di Mordred, il frutto del peccato, in un annientamento reciproco che ha il sapore di un vero e proprio Götterdammerung wagneriano.

IL segno dell’avvenuta redenzione sarà la scomparsa del Graal e della spada che torna ad Avalon (la terra dei Tuata, degli dei) o alla Signora del Lago (il ventre della terra o all’acqua primordiale per purificarsi).

Solo in questo modo la scritta “hic iacet Arcturus rex quondam in insula Avalonia” assumerà il significato di una promessa di rinascita.

Che questa lettura sia corretta mi sembra confermato dal contesto nel quale si muove la vicenda arturiana che comprende due parti importantissime per una corretta comprensione: l’incombente presenza della magia druidica e la tavola rotonda.

Merlino. Sul primo di questi due aspetti molto ci rivela l’onnipresenza di Merlino (il latino Mrtfimus): Myr – Ddyn il druido è un simbolo della natura, della sua forza resa visibilmente tangibile dalla spada e dalla roccia. Come si afferma nel bellissimo film Excalibur egli è l’alito del drago e il drago rappresenta la linfa che scorre nelle vene della Grande Madre, la earth force degli SCEMB; perciò Merlino è la terra.

A lui una certa parte del mito attribuisce la creazione dell’Excalibur: egli allora appare più grande di Minne perché quello si era limitato a rimettere insieme i frammenti della spada di Siegmund, predisponendo quella di un altro predestinato: Siegfried. Sotto questo aspetto Myr Ddyn partecipa della natura dei Tuata de Dannan: siamo di fronte ad un segno emblematico di quelle forze che compenetrano il mondo della natura nella quale si agitano tutte le possibili forze. Per tale motivo nell’occidente di cultura mediterranea si preferisce parlare di “Mago Merlino”, consigliere, amico e padre spirituale di Artù.

Sebbene tutto ciò mi sembri corretto e coerente con la tradizione celtica, io preferisco pensare che Merlino – Myr Ddyn sia l’emblema del vecchio mondo, quello che si identifica in Avalon e che è destinato a subire le sorti di ciò che ho definito il Götterdammerung, il crepuscolo degli dei, scomparendo nelle brume del nord per fare luogo alla nuova divinità cristiana trionfante rappresentata da St. Patrick e da Giuseppe di Arimatea.

Nella leggenda, quale ci è stata riportata dal ciclo bretone queste due anime coesistono, lottano per il loro spazio vitale: ma la loro lotta non avviene sui campi della cavalleria, bensì nel cuore di Artù; finiranno col dilaniarlo come avviene in tutti i drammi interiori; essi saranno la ragione della grandezza di Artù, ma anche la causa della sua rovina.

Ce lo dimostra il fatto che, fino a quando Merlino è presente nel mondo del reale, Avalon è presente e concreta e Myr Ddyn è il legame che mantiene avvinto l’antico ed il recente; quando si allontana Avalon svanisce e la rovina di Artù segna la fine della cavalleria e, con essa, del vecchio mondo. Excalibur ed il Graal, Uther Pendragon e Art Wavr tornano definitivamente nel mondo dei Tuata de Dannan.

Avalon è il mondo di origine e di destinazione di Myr Ddyn, la terra che non c’è – sì proprio la Neverneverland di Peter Pan – l’Agarthi del Re del Mondo. È l’isola destinata a scomparire quando il segno della spada è sostituito dal segno della Croce: il luogo dove viene trasportato il copro di Artù morente perché con lui finisce l’epoca del mito per dare inizio alla storia. E con il mito scompare anche il suo grande campione, Merlino.

Altrettanto complesso è l’altro massimo simbolo della saga arturiana, la “Tavola Rotonda”. La forma ci dice chiaramente che si tratta di un simbolo solare e, come tale, è l’icona che rappresenta la continuità del legame tra Artù, l’Orsa Maggiore (Art Wavr) e il dragone (Uther Pendragon). È, al tempo stesso, il segno del legame di Artù stesso e dei dodici cavalieri che siedono intorno alla Tavola Rotonda. Anch’esso è simbolo celtico che ci riporta con la fantasia ai fuochi di Beltane ed ai riti druidici di Avalon, ma anche ai circoli megalitici, a Stonehenge, allo zodiaco di Salisbury tutti luoghi dove si celebravano i riti della grande Madre.

Ma nella rappresentazione idilliaca dei cavalieri seduti a concilio intorno alla Tavola Rotonda, è presente, fin dall’inizio il presagio della fine. Vi è infatti, un segno cabalistico che segna l’irruzione della cultura giudaico-cristiana: il nefasto numero tredici che collega il gruppo di Artù al destino che ha accomunato tutte le compagnie così costituite ad una sorte nefasta: da Cristo e dai dodici apostoli dell’ultima cena, fino ad Orlando ed ai suoi Paladini, fino ad Artù ed ai cavalieri della Tavola Rotonda.

In ognuna di queste compagnie è presente un agnello sacrificale (Cristo, Orlando, Artù) e un traditore (Giuda, Gano di Maganza, Mordred): il prezzo del tradimento non è – come si potrebbe pensare – quello dei fatidici trenta denari, ma la tragica morte dell’Agnello.
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Sephira
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MessaggioTitolo: Re: ALLA RICERCA DELLA FAMOSA COPPA DI GESU'   Lun Ago 18, 2008 9:23 pm

Il Graal è uno dei più grandi misteri di questo mondo, qualcosa di fugace e persistenmte, potere e divinità, immortalità e totalità.
E' innegabile a quanti oggesti sia stato attribuito questo sinonimo, ma la più grande realtà attuale è che il Graal è come l'Araba Fenice, tutti dicono che esiste ma nessuno l'ha mai vista...
Accanto al Graal, sussiste ancora l'incertezza sull'originalità della Lancia di Longino, che come molti sanno insieme al Graal, è stata oggetto di interesse da parte dei nazismo esoterico, Himler, ha fatto ferro e fuoco, per ritrovare entrambe, in maniera tale da acquisire il potere destinato alla razza ariana, di cui Gesù, secondo il loro parere era l'ultimo discendente puro, e per tale motivo questi sacri oggetti che erano entrati in contatto con il sange del Cristo, avevano, secondo l'opinione esotericonazzista, di dare potere strabilianti, a chi ne entrasse in potere, in special modo se fosse discendente ariano.
Come per il Graal, si narra che esista un ordine, detto quello dei Cavalieri della spada o scarlatti, che siano a guardia della vera lancia Longinus, che viene tenuta nascosta in un luogo nei pressi dell'artico, e che quella conservata nel museo di Vienna sia soltanto una fauslla copia.
Sta di fatto, che l'esistenza di tale ordine, è più concreta di quel che si pensi, non appartiene a leggenda, ma a un ordine cavalleresco sorto durante il medioevo, in concomitanta dei templari, insomma possiamo dire che è una diramazione in base ai compiti dell'ordine templare stesso, che ancora oggi sussiste nelle sue diverse diramazioni.
I cavallieri scarlatti o della spada, sono un ordine molto chiuso, e difficile da raggiungere, ma che conserva, nonostante il passare dei tempi, un rigore morale d'altri tempi.
Sephira
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deusdedit



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MessaggioTitolo: Re: ALLA RICERCA DELLA FAMOSA COPPA DI GESU'   Gio Mar 26, 2009 4:16 pm

Sephira ha scritto:
Come per il Graal, si narra che esista un ordine, detto quello dei Cavalieri della spada o scarlatti, che siano a guardia della vera lancia Longinus,.........Sta di fatto, che l'esistenza di tale ordine, è più concreta di quel che si pensi, non appartiene a leggenda, ma a un ordine cavalleresco sorto durante il medioevo, in concomitanta dei templari

Gentilmente, mi potreste dare migliori informazioni in merito a questo misconosciuto ordine cavalleresco? Fra tutti quelli che conosco...questo mi sfugge proprio Smile grazie infinite
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