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 ALLA RICERCA DEL GRAAL,i cavalieri non muiono mai...

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Arianna



Numero di messaggi : 34
Data d'iscrizione : 30.05.08

MessaggioTitolo: ALLA RICERCA DEL GRAAL,i cavalieri non muiono mai...   Dom Giu 01, 2008 9:08 am

Per gentile concessione del forum "Tavola Rotonda Iniziatica".Postiamo anche qui questo interessante argomento:


Tuttavia tralasciando le origini del mistero di cui si è già parlato io intanto parto da qui,dall'indagine condotta dagli stessi tedeschi:

Dopo il 1933 Rahn visse a Berlino, impegnandosi in ulteriori studi sul Graal.
Questa ricerca di una primordiale religione tradizionale, la Religione della Luce, attirò l’attenzione del capo delle SS Heinrich Himmler che cercò la collaborazione di Rahn sotto la sponsorizzazione delle SS. Dopo averlo inizialmente inserito come civile nell’ufficio sull’eredità del passato, l’Ahnenerbe, il suo talento fu presto riconosciuto dai suoi superiori.
Persuaso ad entrare ufficialmente nelle SS nel 1936, in poche settimane Otto Rahn fu promosso al grado di SS-Unterscharfurher. Dal Settembre 1935 Rahn scrisse in preda all’esaltazione al capo dell’Ahnenerbe dei posti da lui visitati e della sua ricerca delle tradizioni tedesche del Graal, richiedendo di considerare la faccenda in maniera confidenziale tranne che per Himmler.

Otto Rahn fu persino sospettato di aver fondato un circolo Neo-Cataro nelle SS.

Nell’estate del 1936 intraprese, per ordine delle SS, una spedizione in Islanda.
I punti fondamentali di questo viaggio entrarono a far parte di alcuni capitoli del suo secondo ed ultimo libro “La corte di Lucifero”, pubblicato nel 1937. Rahn non fece alcun riferimento alle SS e sulla nave che salpò per l’Islanda issò un bandiera con una svastica blu su campo bianco, in contrasto con la bandiera ufficiale del Terzo Reich. Sappiamo che Otto Rahn cadde in disgrazia presso la gerarchia Nazista nel 1937 e per ragioni disciplinari fu assegnato a vari compiti nel campo di concentramento di Dachau. Nell’inverno del 1938/39 scrisse al Reichsfuhrer-SS per porgere le sue dimissioni dalle SS. Pochi mesi più tardi morì.

Numerose notizie non ufficiali abbondano sull’uscita di Otto Rahn dalle SS.
Alcuni sostengono che egli era omosessuale o di origini ebraiche, ma di questo mancano riscontri reali.

In una conversazione Rahn sostenne che egli si sentiva tradito e che la sua vita fosse in pericolo.

In una lettera ad un amico egli espresse apertamente il suo pensiero sul Terzo Reich:

“C’è molta sofferenza nel mio paese. Quattordici giorno fa ero a Monaco. Due giorni dopo preferii andarmene sulle montagne. Impossibile per un tollerante, liberale come me vivere in una nazione come la mia Germania”

Il colonnello Howard Buechner, autore del “Il Calice di Smeraldo”, disse che Rahn “ci lascia intuire che egli si sarebbe opposto alla guerra che la Germania stava preparando nel 1938.

Al posto della guerra, egli credeva che la Germania e quindi l’Europa, si sarebbe trasformata in una comunità di “Puri” Catari.

In altre parole, il lungo tempo passato sulla storia dei Catari e la loro ingiusta persecuzione da parte della chiesa e del trono di Francia, portarono alla sua conversione verso il destino Cataro.

Egli proponeva un “Nuovo Ordine” nel quale gli stati d’Europa, e forse tutte le nazioni della terra, avrebbero adottato il credo Cataro nell’interesse della pace nel mondo”.

Il 13 Marzo 1939, quasi nell’anniversario della caduta di Montsegur, Otto Rahn morì nelle nevi delle montagne tirolesi.

“Nella maniera degli eretici Catari”, sostiene Nigel Pennick, “Rahn volle volontariamente lasciare il mondo che vedeva disintegrarsi”.

Pochi anni prima Otto Rahn aveva scritto in “Crociata contro il Graal”:

“La loro dottrina accettava il suicidio, ma domandava che questo avvenisse non per porre termine ad una vita di disgusto, paura o panico, ma per un perfetto abbandono della materia. Questo tipo di Endura fu permessa quando ci si trovava in un momento di mistico abbandono e di divina bellezza e dolcezza…Era il primo veloce passo verso il suicidio. Per velocizzarlo si richiedeva coraggio, ma all’atto finale di una definitiva ascesi si richiedeva l’eroismo. La conseguenza non è poi così crudele come potrebbe apparire”.

La storia dell’enigmatica vita di Otto Rahn e delle sue opere, affascinerà sempre gli studiosi del Sacro Graal e i ricercatori della tradizione Catara

Questo Mistero può essere compreso nell’opera di Miguel Serrano “Nos: Libro di Ressurezione”.

“Quando parliamo della religione d’amore dei Trovatori, degli iniziati Cavalieri del Graal, delle verità Rosacrociane, dobbiamo cercare di scoprire quali menzogne si celano dietro il loro linguaggio. In quei giorni, l’amore non aveva lo stesso significato che viene attribuito oggigiorno.

La parola AMOR non significava nulla, era una parola chiave. AMOR scritto all’incontrario è ROMA. In questa maniera la parola indicava esattamente l’opposto di Roma, in tutto quello che Roma rappresentava. Inoltre AMOR si può spezzare in A e MOR, che significava Senza-Morte. Questo per divenire immortale, eterno, grazie alla via di iniziazione di A-MOR. Una via di iniziazione totalmente opposta a quella di Roma. Una Cristianità Solare, Esoterica. La Cristianità Gnostica di Meister Eckhart. E la mia.

Poiché ho tentato di insegnare all’uomo occidentale come far risorgere Cristo nella sua anima.

Nel sud ovest della Francia si stende l'antica provincia della Linguadoca i cui abitanti nel 1208 vennero ammoniti da papa Innocenzo III° per la loro presunta condotta poco cristiana. L'anno successivo l'esercito pontificio costituito da 30.000 soldati al comando di Simone di Montfort calò sulla regione.

Il massacro, durato 35 anni, costò decine di migliaia di vite umane e culminò con l'orrendo eccidio al seminario di Montségur, dove oltre 200 ostaggi furono bruciati sul rogo nel 1244. In termini religiosi la dottrina dei Catari era essenzialmente gnostica: credevano che lo spirito fosse puro, ma che la materia fisica fosse contaminata. Sebbene le loro convinzioni fossero poco ortodosse il timore del papa in realtà era causato da qualcosa di molto più minaccioso.

Si diceva che i Catari fossero i custodi di un grande e sacro tesoro, associato ad un'antica e fantastica conoscenza.

La regione della Linguadoca corrispondeva sostanzialmente a quello che era stato il regno ebraico di Septimania nell'VIII° secolo, sotto il merovingio Guglielmo de Gellone.

Tutta la zona della Linguadoca e della Provenza era impregnata delle antiche tradizioni di Lazzaro (Simone Zelota) e di Maria Maddalena e gli abitanti consideravano Maria la ‘Madre del Graal’ del vero cristianesimo occidentale.

Ai pari dei Templari, i Catari erano apertamente tolleranti verso la cultura ebraica e musulmana e sostenevano anche l'uguaglianza dei sessi.

Nondimeno, furono condannati e soppressi dall'Inquisizione cattolica (istituita ufficialmente nel 1233) e accusati di ogni sorta di empietà.

Contrariamente alle accuse, i testimoni chiamati a deporre parlavano soltanto della ‘Chiesa dell'Amore’ dei Catari e della loro tenace devozione a Gesù.

Credevano in Dio e nello Spirito Santo e gestivano una società modello con il proprio sistema assistenziale di scuole e ospedali.

I Catari non erano eretici, ma semplicemente anticonformisti; predicavano senza autorizzazione e non avevano bisogno di preti, né delle chiese riccamente decorate dei loro vicini cattolici.

San Bernardo aveva detto:
‘Nessun sermone è più cristiano dei loro e la loro morale è pura’.

L'editto di annientamento che si concretizzò si riferiva comunque non soltanto ai Catari stessi ma a tutti i loro sostenitori, che comprendevano quasi tutti gli abitanti della Linguadoca.

Come livello di apprendimento e di educazione, i Catari erano tra i più colti nell'Europa di quel periodo, permettendo uguale accesso all'istruzione ai ragazzi e alle ragazze.

Al pari dei Templari i Catari non volevano assolutamente sostenere la tesi che Gesù fosse morto sulla croce.

Si riteneva così che possedessero sufficienti informazioni attendibili per smentire clamorosamente la storia della crocifissione.

(forse informazioni tratte dalla lettura delle pergamene?)

Poiché Cristo è l’”IO” nell’uomo occidentale.

“Ecco perché ROMA distrusse AMOR, i Catari, i Templari, i Signori del Graal, i Minnesanger, tutto ciò che avesse un origine nella “Memoria del Sangue Hiperboreo” nel quale noi abbiamo un’origine solare.

“Si è scritto molto sull’amore nelle novelle, poesie, libri, l’amore dell’essere prossimi gli uni agli altri, l’amore universale delle chiese, l’amore per l’umanità, ma non ha nulla a che vedere con “L’AMORE SENZA AMORE” (A-MOR, SENZA LA MORTE) la quale è una dura disciplina, fredda come il ghiaccio, tagliente come una spada, che aspira a superare la condizione umana per raggiungere il Regno dell’Immortalità, l’Ultima Thule.”.

Questo vuole essere un tributo a Otto Rahn.
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Arianna



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MessaggioTitolo: Re: ALLA RICERCA DEL GRAAL,i cavalieri non muiono mai...   Dom Giu 01, 2008 9:12 am

Ma torniamo a :



Il quadro di Bérenger Saunière esposto nell'omonimo museo del presbiterio. Una cornice simile custodisce la fotografia di
M.Denarnaud, ed è appesa sulla parete della casa dei Denarnaud, attuale ristorante de l'Abbé.


Bérenger Saunière (1852-1917), parroco di Rennes dal 1885,nel corso dei restauri della piccola chiesa di Santa Maddalena, trovò qualcosa che lo rese ricchissimo. Che cos'aveva rinvenuto nel pilastro che sorreggeva il vecchio altare?

Molti ritengono che si trattasse di pergamene che l'avrebbero messo sulle tracce di un tesoro.
Sulla natura del tesoro le ipotesi sono innumerevoli: l'oro dei Celti, i tesori del tempio di Gerusalemme, le ricchezze dei Templari, il Santo Graal dei Catari, il tesoro di Bianca di Castiglia, addirittura la tomba di Gesù Cristo...

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Una fotografia aerea di Rennes-le-Château. A sinistra si può notare il campanile addossato alla chiesa. A sinistra della chiesa, il cimitero. Sotto la chiesa, la serra in cui Saunière teneva i suoi animali esotici. Dalla serra parte un camminamento semicircolare verso destra che termina nella Tour Magdala, appena sotto il centro della fotografia. Tra la Tour e la Chiesa si estende il vasto giardino di Saunière. Il tetto nero sopra il giardino appartiene a villa Bethania, seminascosta dalla vegetazione. Nel punto centrale del camminamento, sotto il pergolato, fu esposta la salma di Saunière per l'estremo saluto alla popolazione. Sotto il camminamento si notano quattro aperture semicircolari: all'interno si trova un largo corridoio semicircolare oggi adibito a museo d'arte contemporanea. A sinistra si nota il piccolo parcheggio per i turisti. Il lungo edificio bianco sopra la Tour Magdala è la casa della famiglia Denarnaud: oggi che villa Bethania è stata riportata alla sua condizione originale, il ristorante è stato spostato nel giardino di fronte alla casa Denarnaud; dove nella fotografia è parcheggiato il camioncino bianco oggi c'è una fontana rotonda e un giardino usato come dehor. In alto a sinistra nella foto si notano le rovine del castello che dà il nome al paese, che in passato fu della famiglia d'Hautpoul.

Le oltre cinquecento pubblicazioni dedicate al mito di Saunière, tra cui alcuni bestseller, testimoniano l'enorme interesse che la leggenda desta sin dagli anni Sessanta; è stato addirittura coniato il termine rennologist per definire la figura dello studioso delle tematiche relative a Rennes-le-Château.
Gli elementi che determinano il fascino di questo corpus di leggende sono innumerevoli, e in essi si riconoscono i tipici luoghi comuni della "caccia al tesoro": gli indizi disseminati qua e là in iscrizioni, pietre tombali, monumenti simbolici, le mappe, i giochi di parole da interpretare, le pergamene che nascondono geometrie esoteriche...

La grande felicità narrativa delle vicende di Bérenger Saunière è dovuta da un lato dalla presenza di particolari naturalmente disposti a cercare un’interpretazione (le singolari attività del curato, lo strano libro del suo amico Boudet, il misterioso assassinio di un altro conoscente di Saunière, Gélis...), dall'altro dall'introduzione successiva - negli anni Sessanta - di elementi apocrifi da parte di due personaggi singolari, Philippe de Cherisey e Pierre Plantard, che hanno coinvolto nella rete sette ereticali, movimenti iniziatici e gruppi religiosi.

Come scrive Mario Arturo Iannaccone, la storia di Saunière "aziona una macchina interpretativa circolare in grado di trovare, in permutazione degli elementi, sempre nuove strade, virtualmente infinite.

Gran parte della letteratura prodotta fino ad oggi sul mito di Bérenger Saunière usa il genere dell’inchiesta storica nascondendo il più delle volte lo statuto fictional, romanzesco e d’invenzione.

Questo difetto d’impostazione è caratterizzato dal frequente ricorso a metodologie alternative per la raccolta delle informazioni e dal rifiuto di un approccio "ortodosso" alla materia.

Valga per tutte questa considerazione del rennologist italiano Giorgio Baietti:

"Una cosa ho imparato durante tutti questi anni: a Rennes-le-Château l'ipotesi più semplice, più logica, più lampante, non è mai quella esatta"
(L'enigma di Rennes le Chateau, Roma: Edizioni Mediterranee, 2003, p.146).



Subito dopo la porta di ingresso, Saunière fa collocare un’orrenda statua che raffigura il demonio Asmodeo, secondo la leggenda “custode dei tesori” e costruttore del tempio di Gerusalemme.
Il suo sguardo sembra andare verso un punto particolare del pavimento, interamente realizzato con mattonelle bianche e nere a formare una enorme scacchiera.

(pensavo:strano che sia come il pavimento delle Logge massoniche,vero?O sono esse come il pavimento della chiesa?)

Che la testa del demone sia fondamentale per la soluzione del mistero lo dimostrerà, nel 1996, un ignoto visitatore che la rimuoverà, danneggiando irreparabilmente la statua in terracotta. Più di recente la testa è stata sostituita con una copia.

(quale visitatore "ignoto" e cosa cercava ?)



L'ala del demone all'ingresso della chiesa mostra cinque graffi.

Cosa indicano?

Saunière ha davvero trovato qualcosa nella chiesa (ma non si tratta di un tesoro iniziatico);

l'acronimo KXSLX fatto incidere dal sacerdote ha certamente un significato;

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L'acrostico IXOIS
Iscrizione sulla tomba di Henri Boudet nel cimitero di Axat.



Lapide di Henri Boudet nel cimitero di Axat. In basso a destra compare un libro con la sigla IXOIS

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Ricostruzione dell'iscrizione che compariva sulla lapide di Henri Boudet e del fratello Edmond, ormai quasi del tutto illeggibile. E' comparsa sui Cahiers de Rennes-le-Château, vol.III, 1984 (ora in Pierre Jarnac, Les Archives du Rennes-le-Château, p.454).


lo strano libro di Henri Boudet sulla lingua celtica ammette davvero più livelli di lettura;



Copertina originale del libro consultabile qui: http://www.marianotomatis.it/rlc/rennes.php?i=documenti&url=FRlangueceltique.php

le pergamene di De Cherisay

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PRIMA PERGAMENA.

In apparenza si tratta di due brani evangelici vergati in latino. In realtà è evidente che nascondono un messaggio ben più complesso: su una delle due pergamene tutte le parole sono scritte consecutivamente, senza alcuno spazio, e qua e là sono sparse lettere del tutto incoerenti col resto del testo; sulla seconda pergamena, invece, alcune lettere sono rialzate rispetto alle altre, e molte frasi sono troncate in modo irregolare, qualche volta anche a metà parola. Saunière intuisce che quelle pergamene nascondono qualcosa.

Riproduzione di una pergamena che si dice abbia trovato Saunière all'interno del pilastro che reggeva l'altare prima del restauro del 1887. Si tratta in realtà di un apocrifo: è stata realizzata, infatti, negli anni Sessanta da Philippe de Cherisey, come lui stesso ha confessato (http://www.marianotomatis.it/rlc/rennes.php?i=scheda&c=2&v=5)

Per la decodifica della pergamena: http://www.marianotomatis.it/rlc/rennes.ph...amp;c=3&v=6

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SECONDA PERGAMENA.

Anche questa un apocrifo.

Tuttavia le pergamene sono un punto fermo nell'intera vicenda.

Chiaramente non sono queste due quelle alle quali mi riferivo

"La verità esige una dimostrazione costante".
Gandhi
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Arianna



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MessaggioTitolo: Re: ALLA RICERCA DEL GRAAL,i cavalieri non muiono mai...   Dom Giu 01, 2008 9:21 am

È storicamente provato che alcuni nazisti, Himmler tra tutti, cercavano il graal perché lo ritenevano non un oggetto ma una "ricetta", un "segreto" per assicurarsi il predominio sul mondo.

Ora, nelle versioni medievali la questione riguarda essenzialmente un graal spirituale, che stabilisce una fusione tra umano e divino, soprattutto nell'ambito delle preoccupazioni teologiche dell'epoca. Non si trattava affatto, almeno nei testi più antichi, di un qualsiasi potere temporale attribuito a un oggetto sacro.
Ma è proprio allora che la perversione ha preso corpo, particolarmente nella versione tedesca di Wolfram von Eschenbach, "Parzival", composta verso il 1230; una strana narrazione, volontariamente riempita, sembra, di elementi eterogenei presi a prestito da tradizioni più o meno ermetiche e che risultano, all'analisi, molto inquietanti, perché deviati rispetto a una tradizione originaria che si presentava come semplice ricerca di un'identità spirituale...

Qualunque cosa sia e sotto qualsiasi forma appaia, o qualunque sia il significato che gli venga attribuito, è indubbio che il graal costituisce uno dei più grandi enigmi impressi nella memoria dell'umanità.

E già solo questa circostanza merita che s'intraprenda uno studio approfondito nei minimi particolari, non solo delle antiche epopee che hanno scelto il graal come emblema centrale delle loro speculazioni; ma anche degli ampliamenti e degli straripamenti che quell'immagine grandiosa (e sempre scorta attraverso nebbie più o meno fitte) è stata in grado di suscitare col passare del tempo, sia nei confronti di cercatori in buona fede, sia in alcuni personaggi ossessionati dall'esistenza di segreti grazie ai quali ottenere poteri straordinari, per non dire sovrumani.

Alla base di tutto ciò sta un postulato fondamentale: all'alba dell'umanità, "in illo tempore", quando ancora esisteva la comunicazione tra il Creatore e le creature, il messaggio divino era comprensibile all'essere umano.

Ma in seguito alla Caduta causata dal Peccato Originale, esso non è più accessibile all'intelletto, salvo nel caso di alcuni "eletti", che disporrebbero di un "codice d'accesso" simboleggiato dal famoso graal. Tale è il senso profondo, e anche la giustificazione, del graal e della sua ricerca. È a questo punto che si sovrappongono tre tradizioni apparentemente molto diverse, amalgamatesi per formare quella sintesi armonica che è la leggenda del Santo Graal.

La prima tradizione è gnostica e si è formata ad Alessandria d'Egitto nel periodo ellenistico.

Essa sta alla base di tutta una teologia decisamente sulfurea, secondo la quale lo Jahweh ebraico è un usurpatore: quale creatore e demiurgo, infatti, ha occupato il primo posto della Pistis Sophia, ovvero la Madre Universale, la Vergine delle Vergini, la Saggezza Materna, altrimenti detta la Dea degli Inizi, colei che Gustave Courbet, nel suo celebre e scandaloso quadro "L'origine del mondo", ha dipinto senza viso ma con i seni, il ventre e il sesso assolutamente eloquenti.

La tradizione insiste sullo smeraldo portato in fronte dall'arcangelo Lucifero, il Portatore di Luce, smeraldo caduto nel Paradiso terrestre che poi diventerà il Santo Graal, recipiente in grado di raccogliere ciò che vi è di più prezioso al mondo, il sangue di Dio fatto uomo, l'energia divina nella sua essenza più alta e nella sua espressione più sconcertante.

La seconda tradizione è indubbiamente cristiana, ma si riferisce ai testi detti apocrifi, rifiutati dalla Chiesa ufficiale, "nascosti" in senso etimologico, ovvero "segreti".

Essa rientra nelle problematiche del tempo, quando i teologi della Chiesa di Roma, verso il 1200, discutevano di "consustanziazione" e "transustanziazione" e mentre si evolveva, specialmente a Bruges e a Fécamp, il culto del Sacro Sangue.

È allora che si manifesta il ruolo preponderante dello scrittore Chrétien de Troyes, il primo ad aver citato la parola "graal", il quale scrive "La storia del Graal" su commissione di .Philippe .d'Alsazia, conte di Fiandra, figlio dI Thierry d'Alsazia. Costui aveva portato dalla Terrasanta un'ampolla contenente il supposto sangue di Cristo raccolto ai piedi della Croce da Giuseppe di Arimatea. Dal quel momento in poi, il tema del Santo Graal è diventato uno degli argomenti più importanti della Chiesa romana a favore dell'eucaristia e della pratica di una regolare comunione.

La terza tradizione è di origine pagana, per la precisione druidica.

Nelle antiche epopee celtiche vi era un riferimento costante a un calderone magico che non solo conteneva un cibo inesauribile (riservato a una élite!), ma era anche in grado di procurare la perfetta conoscenza dei segreti del mondo, e perfino la rinascita dei defunti.
Quelle antiche epopee, largamente diffuse in Gran Bretagna, tramandate oralmente nei territori controllati dai Plantageneti (isole Britanniche, l'Irlanda e un terzo della Francia del tempo), hanno progressivamente integrato nei suoi vari aspetti, il mito del Santo Graal, determinandone, nel corso del Medioevo, il folgorante successo in tutta Europa. Il graal è così diventato un oggetto simbolico ricercato dai cavalieri di un re, per metà storico e per metà leggendario, conosciuto con il nome di Artù; figura emblematica della dinastia dei Plantageneti dei quali sosteneva d'essere l'erede, opponendosi così alla dinastia dei Capetingi, anch'essi eredi dei Carolingi e dei Merovingi.
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Arianna



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MessaggioTitolo: Re: ALLA RICERCA DEL GRAAL,i cavalieri non muiono mai...   Dom Giu 01, 2008 9:22 am

Esistono dunque ragioni esoteriche, cristiane e politiche alla base della diffusione, nel corso dei secoli XII e XIII, prima in Francia e poi nel resto d'Europa, delle leggende di re Artù, dei Cavalieri della Tavola Rotonda e della ricerca del Santo Graal. Tale convergenza, dovuta a un'abile sintesi dei temi trattati, ha superato abbondantemente le speranze di chi aveva lanciato nell'immaginario europeo quell'autentica "pietra dello scandalo".

E le ricadute sull'inizio del terzo millennio sono tutt'altro che affievolite.

Perché se tutti - o quasi - parlano del graal, se un numero infinito di persone cerca il graal senza saper bene perché, esiste necessariamente una ragione.

Il graal non è soltanto una parola di moda, ma molto più: è un mito.

Ebbene, contrariamente a ciò che si pensa di solito, un mito non è qualcosa di falso

È una realtà, un "archetipo" per utilizzare il vocabolario junghiano, ma una realtà innata, per definizione inafferrabile e inaccessibile se non è "rivestita" da una "storia", se non è raffigurata in un racconto concreto, comprensibile a tutti.

Il graal è un "mito", ed esiste davvero in ciascuno di noi, allo stato muto (nel senso originario della parola greca "muthos") o, se si preferisce, allo stato inconscio.

È dunque compito di ciascuno "rivestire" il mito, o in altre parole riempire quel "recipiente" suscettibile di contenere tutto ciò che vi si vuol mettere.

Bisogna ammettere che, nel corso dei secoli, ci si è privati raramente di questa potenzialità, che del resto sembra essere una necessità insita nella natura umana.

Una natura che ha orrore del vuoto, soprattutto in epoche inquiete come la nostra durante le quali, più o meno delusi da sistemi istituzionali di pensiero, ciascuno tende a rifugiarsi nelle vaghe speculazioni proposte, sotto il marchio dell'esoterismo, nella maggior parte dei casi da ciarlatani di talento, abili a recuperare le aspettative insoddisfatte di una popolazione in preda al dubbio e allo smarrimento spirituale.

Il primo in ordine cronologico, verso il 1190, ad aver esposto il tema del graal è il poeta e romanziere della Champagne Chrétien de Troyes. Ma è per astuzia o per semplice indifferenza che egli non ha mai rivelato ciò che supponeva fosse contenuto nel graal?
Non lo sapremo mai.
Certo è che i suoi continuatori e successori - numerosissimi - non hanno mancato di cogliere quell'opportunità riempiendo il misterioso "recipiente" di un contenuto simbolico, debitore tanto del loro universo fantasmatico quanto dell'ideologia alla quale appartenevano.

I continuatori "riconosciuti" di Chrétien de Troyes vi hanno posto il sangue di Cristo.
Altri, eredi d'una diversa tradizione ma più o meno collegati alla dinastia dei Plantageneti, come Robert de Boron della Franca Contea, hanno fatto del graal il piatto con il quale Cristo aveva celebrato la Pasqua - ebraica - il Giovedì Santo; assimilazione alla quale hanno aderito i cistercensi del XIII secolo quando hanno recuperato il tema a vantaggio della nuova teologia cristiana. Tuttavia, alla fine del XII secolo, nel Galles, l'autore anonimo di una versione verosimilmente più tradizionale e popolare della leggenda, aveva affermato che il graal, mai chiamato in questo modo, era un vassoio sul quale si trovava una testa tagliata bagnata nel sangue.
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Arianna



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MessaggioTitolo: Re: ALLA RICERCA DEL GRAAL,i cavalieri non muiono mai...   Dom Giu 01, 2008 9:24 am

Quanto a Wolfram von Eschenbach, autore bavarese d'inizio XIII secolo, che afferma di tradurre il testo di Chrétien de Troyes (dimostrando però una incomprensione di fondo, nonché la propria mancanza d'informazioni), egli fa del Sacro Graal una pietra caduta dal cielo, gelosamente custodita da strani Templari. Ed è su questa versione germanica che si sono innestate fino ai giorni nostri, tutte le interpretazioni più aberranti e sospette.

Ma attraverso tutte le vicissitudini e le perversioni accumulate nel corso del tempo e in base alle ideologie del momento, l'esito più spettacolare - e certamente più ambiguo - del tema del graal è il "Parsifal" di Richard Wagner, risalente alla fine del XIX secolo.
Si tratta di un sorprendente condensato - peraltro geniale sul piano musicale - di tutto ciò che era stato raccolto sull'argomento a partire dall'apparizione di quel simbolo che è la misteriosa coppa, la cui visione resta impressa nell'immaginario di tutti i popoli indoeuropei.
È lì che risiede il problema dell'assoluta perversione del Santo Graal, il punto di partenza di una "ricerca" impossibile che ha condotto a tante devianze rispetto a una tradizione primitiva intesa come ricerca esasperata dell'identità dell'"esistente" umano di fronte all'onnipotenza rappresentata dallo Jahweh ebraico.

Immagine riveduta e corretta con quella di Dio, Padre del cristianesimo, barbuto - a rimarcare la sua eternità - e isolato al centro di cumuli di nuvole, in un cielo fantasmagorico stile Saint-Sulpice, ma malgrado tutto erede involontario del Giove Tonante degli antichi Romani.

"Parsifal" (grafia moderna del "Parzival" medievale di Woltram von Eschenbach, equivalente del "Perceval" francese di Chrétien de Troyes e del "Peredur" gallese), opera, o piuttosto dramma liturgico di Richard Wagner, autore del testo e della musica...

Oggi sappiamo che il sinistro Adolf Hitler, incondizionato ammiratore di Wagner e protettore della vedova di questi, Cosima (che aveva dimenticato di essere figlia del pianista e compositore ungherese Liszt e di una francese, la contessa Marie d'Agout), aveva progettato di far rappresentare il "Parsifal" per celebrare la vittoria finale del Terzo Reich.

Forse non è un caso, benché si tratti incontestabilmente di considerazioni personalissime, che il dittatore nazista fosse sessualmente impotente così come lo era Wagner all'epoca della composizione di quello che, malgrado tutto, è un capolavoro; fattore da cui deriva un elogio della purezza e della castità ben identificabile durante tutta quella strana liturgia, unica nel suo genere.

Mi ricordo di un dibattito televisivo su FR3 nel 1982, durante una trasmissione di Jean-Michel Damian alla quale ero stato invitato insieme a Rolf Liebermann, l'allora direttore dell'Opéra di Parigi, a proposito del film del regista tedesco Syberberg, "Parsifal".

Una rappresentazione, peraltro molto interessante, dell'opera di Wagner (con la particolarità, estremamente rivelatrice, che il ruolo di Parsifal era interpretato alternativamente da un cantante e da una cantante!), il tutto sotto la direzione musicale dell'ammirevole direttore d'orchestra Armin Jordan.

Liebermann e io eravamo, beninteso, non solo completamente d'accordo nel riconoscere la sublime bellezza della musica di Wagner, ma anche nel porre le massime riserve sulla losca filosofia che impregna i suoi testi, in particolare quelli del "Tristano" e del "Parsifal".
Infatti, nella "Tetralogia", Wagner è a suo agio in mezzo a dettagli mitologici, peraltro più scandinavi che propriamente tedeschi, di cui rispetta scrupolosamente il senso, tanto quanto ne manipola i temi, presi a prestito dalla mitologia celtica, addirittura snaturandoli e soprattutto caricandoli di un'ideologia più che dubbia.

Effettivamente, analizzando il testo del "Tristano e Isotta", ci si rende conto ben presto che, da un lato lo schema originario della leggenda è stato completamente stravolto, per non dire falsato, e dall'altro che Wagner si è servito del tema per elaborare le tesi del filosofo Schopenhauer, di cui all'epoca era imbevuto; tesi che conducono all'abolizione del "voler vivere", unica condizione della felicità, in questo mondo e perfino nell'aldilà.

Ho ritrovato questa interpretazione del mito, prolungata e accentuata, nel balletto "Les Conquérants", su musica del "Tristano" e con la coreografia di Maurice Béjart - che era allora buddhista - messo in scena nel 1970 dal Théàtre de la Monnaie di Bruxelles. Senza mettere in discussione la bellezza del balletto, né quella della scenografia creata da Yahne Le Toumelin, anch'egli buddhista, bisogna ammettere che tutto era rappresentato in modo tale da attribuire il ruolo principale alle scale cromatiche desunte da Wagner; un'illustrazione perfetta di quell'abbandono del "voler vivere" e della fusione, per non dire l'annientamento, degli eroi nell'"oceano delle anime", quel nirvana verso il quale, secondo la metafisica orientale, tendono tutti gli esseri viventi per sfuggire al dolore dell'esistenza.
C'era, evidentemente, una deviazione del senso profondo della leggenda primitiva di Tristano e Isotta, interamente consacrata all'esaltazione dell'amore assoluto, più forte della morte, e soprattutto più forte della società repressiva in cui i due eroi si dibattevano.
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Arianna



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MessaggioTitolo: Re: ALLA RICERCA DEL GRAAL,i cavalieri non muiono mai...   Dom Giu 01, 2008 9:27 am

Nel "Parsifal" va ancora peggio

Il graal vi appare solo come un pretesto, certo indispensabile perché costituisce un obiettivo, ma l'accento è posto su ben altro.
L'eroe, di un'ingenuità sconcertante (conformemente ai testi originali), in realtà scopre non il graal in sé, ma un'autentica società segreta depositaria di misteri che non devono assolutamente essere svelati.
Questo detto, per essere ammesso nella società iniziatica e "razzista", poiché i cavalieri del graal sono scelti in base alla loro appartenenza a una stirpe molto ristretta, bisogna corrispondere a determinati criteri.
In particolare la purezza del sangue, il valore morale, la castità o la fedeltà, il disprezzo delle illusioni ingannevoli (la "maya" orientale simboleggiata dalle Ragazze-Fiore e il giardino pseudoparadisiaco.di Klingsor) e, soprattutto, la "segretezza". Già nel suo "Lohengrin", Wagner aveva inscenato il divieto imposto al cavaliere del Cigno, figlio di ParsifaI, di non rivelare il proprio nome, né le sue origini, né cosa fosse esattamente il graal. In "Parsifal", Wagner insiste pesantemente sull'appartenenza a una stirpe sacra e segreta, e il finale di quel dramma lirico è un'autentica cerimonia d'intronizzazione che fa dell'eroe il Re del Graal. Certo, Richard Wagner non ha inventato nulla: tutto questo si trovava già, più o meno apertamente, nel modello che egli ha adottato, vale a dire l'opera di Wolfram von Eschenbach. Ma egli ne attualizza gli elementi e attribuisce loro un'importanza che non sempre avevano avuto nel contesto medievale. Possiamo affermare che l'elitario e antisemita Wagner rappresenti il seme incontestabile dal quale germoglieranno tutte le interpretazioni aberranti succedutesi dalla fine del XIX secolo, riguardanti il graal e il misterioso gruppo di cavalieri che lo custodiscono e difendono da ogni inopportuno avvicinamento.

Bisogna ammettere che Wagner ha operato delle devastazioni, anche se non dev'essere considerato responsabile di ciò che è accaduto ed è stato detto dopo di lui. Per convincersene, basta dare uno sguardo a ciò che viene definito il "wagnerismo" che si manifesta in Europa, e soprattutto in Francia, verso il 1900, in particolare attraverso i poeti simbolisti e decadenti, la scuola di pittura detta simbolista e, ovviamente, la musica. Vincent d'Indy, fondatore della "Schola cantorum", nazionalista e violentemente antisemita, non ha forse composto un dramma lirico, "Fervaal", che è un ottimo plagio del "Parsifal"?
Lo spagnolo Albeniz non ha forse intrapreso la composizione di una trilogia sui temi di Merlino, re Artù e il graal, di cui ci resta soltanto la prima parte? Emest Chausson, con la sua opera "Le roi Arthus", peraltro abbastanza notevole ma che proprio al contrario non presenta alcuna connotazione razziale, non ha forse voluto raccogliere il testimone? E che dire di Maurice Maeterlinck e del suo "Pelléas et Mélisande"?
Non è un caso se Claude Debussy ha musicato quest'opera teatrale; lui che frequentava assiduamente gli ambienti occultisti parigini d'obbedienza wagneriana ed era amico di Maurice Leblanc, autore dei romanzi di Arsenio Lupin, il quale sapeva molto della tradizione del graal, e della cantante lirica Emma Calvé, che si riteneva fosse stata l'amante dell'abate Saunière. Elemento che ci riporta inevitabilmente all'enigma di Rennes-le-Château e al recupero della "stirpe reale", detta anche del "sangréal".

Ma tutto questo non era che la punta dell'iceberg, poiché a quei tempi, in segreto, si agitavano gruppi molto strani come la Golden Dawn britannica o quella tedesca, nebulosa, che poi diventerà la Società Thule, indiscutibile ispiratrice dell'ideologia nazista.

Del resto, negli anni che seguirono il 1933 e la presa del potere da parte di Hitler in Germania, l'interesse per il graal non si smentì, sia da un punto di vista letterario - non sempre innocente - ma soprattutto sul piano politico, molto più pericoloso perché in grado di suscitare ambizioni smisurate da parte di determinati gruppi nonché di determinate persone.

Rimane irrisolta la questione riguardante la missione di cui sarebbe stato incaricato, da parte di Himmler, negli anni '30 del '900, l'SS Otto Rahn, il quale effettivamente indagò nella regione catara intorno a Montségur, considerato, per pura aberrazione, il "Castello del Graal".

Occorre tuttavia precisare che i " neocatari" dell'Aude e dell'Ariège si davano all'epoca molto da fare per valorizzare la loro regione, come dimostra l'attività di un certo Antonin Gadal, il quale volle assolutamente identificare il graal in una grotta dell'alta valle dell'Ariège; la sua carica più importante era costituita dall'essere il rispettabilissimo presidente della locale pro loco, dettaglio che probabilmente spiega tutta l'operazione.
Fortunatamente René Nelli, indubbio conoscitore del paese cataro e delle civiltà occitane, è stato in grado, nonostante gli ostacoli che gli si sono posti davanti, di rimettere le cose in chiaro circa l'assorbimento del tema del graal, fra catari e Templari.

Ciò non di meno, le coscienze impiegano molto tempo a liberarsi dalle devianze dell'immaginario e, qualunque cosa si possa pensare, il fascino manifestato dai sedicenti intellettuali nazisti per il tema del graal ha pesato fortemente sulle interpretazioni che ne sono state date dopo la seconda guerra mondiale.

È, infatti, tra il 1953 e il 1956 che tutto scivola nell'inverosimile.

Alla morte dell'abate Bérenger Saunière, nel 1917, ci si era accorti che tutti i beni immobili dell'anziano curato di Rennes-le-Chàteau erano intestati alla sua fedele domestica - e amante? - Marie Denarnaud.

Per molti anni, la donna aveva mantenuto il mistero riguardante il "tesoro", o il "segreto" del curato, che lei affermava di conoscere e che, diceva, prima o poi avrebbe svelato.

Alla fine dei suoi giorni era stata accolta da un industriale, Noel Corbu, nominato suo erede; ma la morte sopravvenne nel 1953 senza che avesse mai parlato.
Divenuto proprietario della tenuta di Saunière, Noel Corbu intraprese degli scavi, senza però giungere ad alcun ritrovamento.
Ebbe poi l'idea di aprire un ristorante e, allo scopo d'attirare sul posto una clientela selezionata, pubblicizzò ampiamente le "avventure", autentiche o no, attribuite all'abate Saunière. Ed è nel 1956, a seguito di un articolo apparso su "La Dépeche du Midi", che l'affare Saunière invade i media.

Le responsabilità di quell'improvvisa diffusione sono ben distribuite, ma bisogna riconoscere che per buona parte devono essere ascritte a un giornalista di talento, Gérard de Sède, che s'impossessò voracemente di tutte le tradizioni riguardanti Montségur e Rennes-le-Château, mescolandovi confusamente i catari, i Templari e il Santo Graal. Gérard de Sède aveva tuttavia il torto di credere ciecamente a ciò che i suoi informatori gli riportavano.

Accettava tutto ciò che era misterioso, strano e sorprendente senza andare a ricercarne le fonti autentiche; per di più si ritrovò invischiato in una serie di mistificazioni il cui iniziatore sembra essere stato il geniale umorista Francis BIanche, il quale certamente non era consapevole dell'impatto che il suo scherzo innocente avrebbe avuto.

In ogni caso, è Gérard de Sède a puntare i riflettori dell'attualità sullo strano comportamento dell'abate Saunière, curato di Rennes-le-Château intorno al 1900, epoca in cui l'affare non aveva quasi mai varcato l'angusto ambito della regione chiamata Razès, e che sembrava si fosse anzi più o meno dimenticato, o voluto dimenticare. Da quel momento si è sviluppata un'ampia letteratura che unisce, senza discernimento alcuno, i più deliranti fantasmi alle certezze storiche. E il piccolo borgo di Rennes-le-Château, nell'Aude più profonda ma non lontano da Montségur, è diventato di colpo uno dei luoghi più sacri della ricerca detta "esoterica".

Ma tale agitazione supera ampiamente il suo quadro di riferimento originario e si ripercuote un po' ovunque, mettendo in luce domande che un tempo non si osava porre. In particolare quelle sulla personalità e sul ruolo della misteriosa Maria di Magdala, il primo essere umano, secondo il Vangelo di Giovanni, ad aver incontrato il Cristo risorto, e la cui immagine domina incontrastata il sito di Rennes-le-Château.

E, beninteso, il tutto non fa che amplificare le domande antiche di secoli: che cos'è il graal, e dov'è nascosto?

Le risposte, ovviamente, sono state varie e contraddittorie.

Oltre a Montségur, fortezza catara che accoglieva il graal, considerato una coppa, si è parlato anche della grotta di Lombrives, nell'Ariège, della grotta dell'Eremita, a Ussat, sempre nell'Ariège, soprattutto della cattedrale di Valenza, in Spagna. Senza dimenticare lo strano monastero di San Juan de la Peña, nella provincia d'Aragona, e l'abbazia di Montserrat, vicino Barcellona, dove Himmler in persona si sarebbe recato per informarsi presso i monaci circa la possibile presenza, se non di un oggetto a forma di calice, almeno di documenti segreti racchiusi in un cofanetto. Si dovrebbero anche citare i santuari dedicati al Sacro Sangue, come Bruges, Neuvy-Saint-Sépulcre o Fécamp e molte altre località, ma tutti questi si riconducono alla certezza che il graal sia un vaso - o un'ampolla - contenente il sangue del Cristo crocifisso e si riferiscono a culti appartenenti alla più pura ortodossia cristiana.

Fino a quel momento l'identificazione del Castello del Graal con un santuario cristiano, o addirittura con una grotta come quella di Lombrives, dove officiavano gli "eretici" catari, sembrava avere una logica, ma tale semplificazione non bastava. Ho così avuto la sorpresa, per non dire lo stupore, di ricevere per posta le parti principali di un'opera che sarebbe apparsa poco più tardi col titolo "L'île des veilleurs" e che avrebbe riscosso un certo successo nelle librerie esoteriche.

Sono venuto a conoscenza del fatto che il graal era nascosto nelle gole del Verdon, e che l'intera regione era stata teatro delle prodezze dei cavalieri di Artù, partiti alla ricerca del Sacro Graal, e residenza del Mago Merlino; il tutto "provato" da vaghe somiglianze toponomastiche - a dire il vero molto tirate per i capelli - e da pressappochismi sbalorditivi per la loro ingenuità. La buona fede dell'autore sembrava evidente, ma ancor di più lo era la sua goffaggine, così come l'incomprensione totale delle regole più elementari della toponimia e degli schemi più antichi della leggenda del graal e dei Cavalieri della Tavola Rotonda.

Contemporaneamente, apprendevo che la zona orientale del dipartimento dell'Orne e la zona meridionale del dipartimento della Manche, erano stati il "paese di Lancillotto del Lago", in base alle erudite riflessioni di certi professori dell'università di Caen.

In quel caso, gli argomenti, tutti letterari e topografici (la città di Barenton, la Fossa Arthous, l'Artour ecc.) o addirittura agiografici (l'identificazione del misterioso eremita "san" Frambaut, Fraimbaudo, o Frambourg, con un cavalier Lancillotto invecchiato) erano molto più seri - e molto più proficui per il turismo locale - ma anche facili da contestare: la maggior parte dei trascrittori in lingua francese della leggenda arturiana e del "ciclo del Graal" (in particolare Robert Wace e Gautier Map) erano normanni di quelle zone, e non hanno esitato ad ambientare le avventure che raccontavano, in luoghi a loro familiari e che conoscevano perfettamente.

In tutto questo non c'è nulla d'aberrante né d'irrazionale.

Si è però certamente dimenticato che, nel Sud-Ovest dell'Inghilterra, il graal era nascosto a Glastonbury, nel Somerset, non lontano dal luogo in cui, nel 1190, era stato "ritrovato" il sepolcro di re Artù e della regina Ginevra.

Il graal si trova più precisamente sulle pendici della collina chiamata Glastonbury Tor, in fondo a un pozzo che porta il nome di Chalice Well. Questa localizzazione, tramandata dalla Chiesa anglicana, è inserita nella leggenda di Giuseppe di Arimatea, grande personalità della Giudea e importatore di stagno, il quale sarebbe stato, secondo la tradizione, zio di Gesù (che avrebbe trascorso con lui la sua adolescenza) e sarebbe divenuto, dopo la morte di Cristo, il primo vescovo dell'isola Britannica.

Vero è che Glastonbury passa per essere la favolosa e fiabesca isola di Avalon, la mitica visione del Paradiso secondo i racconti di origine celtica.

In quel periodo di confusione, all'inizio degli anni '80 del '900, avevo pubblicato un saggio piuttosto esauriente sul graal 1, visto però da un'angolazione propriamente letteraria, insistendo - già allora - sulla diversità delle versioni medievali, qualunque fosse la lingua nella quale ci sono pervenute. La reazione non si fece attendere e per un anno intero ricevetti una serie di strane lettere, tutte scritte a mano, provenienti da varie persone sparse per la Francia, ma il cui contenuto era assolutamente identico. In un groviglio di considerazioni un po' fumose - che del resto non sono riuscito a dipanare - lo scopo di quelle lettere era farmi sapere che non avevo capito nulla e che, per arrivare all'illuminazione, dovevo a ogni costo entrare in una misteriosa società qualificata come Mondo del Graal, la quale deteneva la "verità" grazie a un "maestro" che si faceva chiamare Abd-Ruschin, pseudonimo di un "pensatore" che doveva essere di nazionalità tedesca. Non ho mai saputo cosa fosse esattamente questo Mondo del Graal e mi guarderò bene dal giudicarlo, ma devo confessare che quella pressione, peraltro molto cortese, mi ha convinto di dover finalmente riscrivere il "ciclo del Graal", utilizzando tutte le versioni di cui possiamo disporre. Cosa che ho realizzato negli anni '90 con una pubblicazione in otto volumi 2 in cui penso d'aver fornito una sintesi completa di tutto ciò che si conosce sulle fonti autentiche della leggenda.

Ma altri hanno provato a vedere più chiaro nella straordinaria ondata di sedicenti misteri sopraggiunta all'inizio degli anni '80.

È il caso di tre giornalisti britannici, Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln che si sono pazientemente dedicati a una serrata ricerca sul campo, a Rennes-Ie-Château e a Montségur, nonché in archivi e biblioteche.

Il risultato di quella ricerca è raccolto in un'opera importante intitolata "Il Santo Graal", un indiscusso best seller 3 che ha contribuito a diffondere notizie e utili ricerche su una questione che non potrebbe essere più complessa.
Sfortunatamente, gli autori di quest'opera sono spesso caduti nelle stesse trappole di Gérard de Sède: nonostante la loro interessante sintesi di incontestabili informazioni storiche, hanno creduto alle parole di varie testimonianze delle quali il meno che si possa dire è che sono fragili e, nella maggior parte dei casi, completamente fantasiose, soprattutto a proposito di un misterioso e fantomatico Priorato di Sion, parallelo all'Ordine dei Templari, che sembra essere il parto di fantasie esasperate.

Quanto alla mescolanza operata tra il Santo Graal, i Templari, i catari e i Rosacroce, essa è discretamente confusa e contorta, e non è in grado di convincere nessuno che sia in buona fede.

Tuttavia, un'opera come "Il Santo Graal" è di sicuro interesse, nella misura in cui pone ulteriori questioni che non risolve, aspetto che la rende una miniera quasi inesauribile per ricerche fondamentali.
È lì che, in particolare, si ritrovano coerentemente abbozzati, i tratti della sconcertante personalità di Maria di Magdala, così ben rappresentata, in modi diversi, a Rennes-le-Château, sia nella chiesa di cui è santa patrona sia nella tenuta che fu dell'abate Saunière.
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Arianna



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MessaggioTitolo: Re: ALLA RICERCA DEL GRAAL,i cavalieri non muiono mai...   Dom Giu 01, 2008 9:28 am

L'onnipresenza di colei che la tradizione cristiana considera una peccatrice pentita non è certamente dovuta al caso.

Inoltre, gli autori di "Il Santo Graal" hanno avuto il merito di attirare l'attenzione su certi dettagli simbolici che si possono notare in alcuni quadri dei grandi maestri del passato, in particolare quelli di Nicolas Poussin.
Infine, ed è essenziale, sono tra i pochissimi ad aver coraggiosamente osato proporre una suddivisione ben diversa della grafia medievale "sangréal", che viene generalmente accettata, e senza discussione, con "Santo Graal".
È peraltro su queste tre piste che si è lanciato il romanziere americano Dan Brown con il suo "Il codice da Vinci", opera diventata in pochi mesi un best seller mondiale. Questo successo al di là di ogni moda contagiosa, ha evidentemente una sua ragione. I temi in esso evocati sono universali e toccano nel più profondo l'anima umana in cerca di una propria identità. Certo, "Il codice da Vinci" è un romanzo e l'autore era del tutto autorizzato a sfruttare temi che appartengono di diritto al patrimonio intellettuale dell'umanità. Tutto è permesso a un romanziere purché l'intrigo che elabora sia solidamente costruito, a maggior ragione quando l'opera si presenta sotto forma di un autentico romanzo giallo. "Il codice da Vinci" è in qualche modo un "giallo che tiene la strada". Ma bisogna precisare che non sarebbe mai stato scritto se l'autore non si fosse ispirato a "Il Santo Graal", che costituisce visibilmente la sua principale fonte di informazioni.

È sempre partendo da ciò che raccontano gli autori di "Il Santo. Graal" a proposito della chiesa Saint-Sulpice a Parigi che Dan Brown ha potuto metterla in evidenza nel suo racconto.

E occorre dire che è perfettamente riuscito a fare di quell'orribile monumento in stile gesuita, il punto di partenza di una labirintica ricerca il cui scopo è la conoscenza degli autentici segreti del graal. Da qui la convergenza di tutti i ricercatori, ma anche di tutti i curiosi, verso questo santuario, a dire il vero alquanto strano, che diventa, per forza di cose, una specie di "ombelico del mondo" 5.
Dunque, "Il codice da Vinci" è un buon romanzo giallo, la cui struttura labirintica non smette d'eccitare la fantasia dei lettori. Ma che dire delle opere che hanno seguito la pubblicazione - e il successo - di questo romanzo, e che pretendono di decifrarlo una volta per tutte? Perché, beninteso, il romanzo di Dan Brown non può che essere iniziatico, come lo sono certe opere di George Sand (in particolare "Consuelo", "La contessa di Rudolstadt" e "Spiridion"), di Jules Verne ("Viaggio al centro della terra", "Le Indie nere", "Il raggio verde" e soprattutto "Clovis Dardentor"), di Paul Féval ("La Ville Vampire"), di Edward Bulwer-Lytton ("La razza dell'avvenire"), di Maurice Leblanc (gran parte delle avventure di Arsenio Lupin, ma soprattutto "Il segreto della guglia" e "L'isola delle trenta bare"), di Bram Stoker ("Dracula", certamente, ma anche "Il gioiello delle sette stelle", molto meno conosciuto), per non parlare dei "Libro Quarto" e "Libro Quinto" di François Rabelais. Tutti questi racconti romanzeschi, che per la maggior parte possono essere classificati come "popolari", sono a doppio o triplo senso, e spesso, volendone afferrare il reale significato, devono essere decifrati. "Il codice da Vinci" appartiene a questa categoria?
Certamente, ma mantenute le dovute proporzioni perché, in ultima analisi, tutti gli ingredienti oltrepassano di poco lo stadio più elementare.

Sono i "decodificatori" che vi aggiungono, e abbondantemente, significati, servendosi di tutto ciò che cade loro sotto gli occhi, per spiegare l'inspiegabile e dimostrare senza ritegno d'aver capito tutto; mentre così dimostrano non solo la propria incompetenza, ma anche la loro totale incomprensione dell'argomento che pretendono di decifrare.
Non sono altro che confronti rischiosi, ipotesi fondate unicamente su deliri della fantasia, e soprattutto citazioni troncate o fuori contesto attinte da varie opere senza fornire alcun riferimento preciso, vale a dire saccheggiate da altri.
Il risultato è alquanto penoso, e se ne potrebbe ridere se non rasentasse la disonestà intellettuale. Perché, dopo tutto, la vittima di queste manipolazioni è il lettore in buona fede, che vorrebbe proprio sapere cosa rimane davvero dei problemi sollevati da una narrazione romanzesca sotto la quale ciascuno sente confusamente celarsi elementi attinti a un'antichissima tradizione. È dunque importante corredare la lettura di quel romanzo con il maggior numero di notizie, sulla tradizione che l'ha prodotto e sui testi successivi che l'hanno tramandata fino a noi, non per dare risposte che possono rivelarsi sbagliate, perché nessuno detiene la Verità, ma per illuminare al meglio un percorso certamente appassionante ma un po' sinuoso e disseminato d'innumerevoli zone d'ombra.
Tale è lo scopo di questo lavoro.
In nessun caso si tratta di una "decodificazione".

L'enigma del Santo Graal esiste, ma chi può pretendere di risolverlo in modo definitivo?

Il graal è un mito che si è manifestato, nel corso dei secoli, con una leggenda, cioè tramite dei racconti evenemenziali con delle varianti, e perfino delle contraddizioni.

Il graal ha, dunque, una "storia", ed è questa storia che conviene esaminare se si vuol provare a comprendere ciò che esso può significare attraverso tutte le interpretazioni che ne sono state fornite. E per far questo è necessario "risalire alle fonti" e seguire il lento procedere del tema originale lungo le sue numerose metamorfosi.

La storia di una leggenda non è certo un "lungo fiume tranquillo".

http://www.edicolaweb.net/libs134i.htm
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MessaggioTitolo: Re: ALLA RICERCA DEL GRAAL,i cavalieri non muiono mai...   Dom Giu 01, 2008 9:30 am

LARCANGELO HA SCRITTO:

è tremendamente afascinate legervi

continuate per cortezia

grazie Teseo

leger inchino


larca
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Arianna



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MessaggioTitolo: Re: ALLA RICERCA DEL GRAAL,i cavalieri non muiono mai...   Dom Giu 01, 2008 9:31 am

CATAROSY:

ho letto tanti libri e tanti commenti sui càtari (e tanti altri ne leggerò) però salta subito all'occhio come, gli studiosi della cosmogonia come il Deodat Roché, i medievalisti come Jean Markale o lo stesso Renèè Nelli a cui va il merito assoluto di aver riunito tutti gli scritti ufficiali pervenutici, siano considerati attendibili, mentre il povero Antonin Gadal è sempre considerato visionario solo perchè ha avuto il coraggio di accostare alla storia dei càtari il nome del graal!
se il graal è od è svelato da delle pergamene scritte esse devono essere assolutamente inequivocabili... altrimenti avrebbero potuto essere e potrebbe essere tutt'ora soltanto "aria fritta"
assolutamente improbabile la storia del sangue nel calice: senza neanche la prova del dna, a quei tempi, sarebbe potuto essere un qualsiasi sangue... o una preziosissima reliquia e nulla più! come le spine, i legni della croce, ecc.
Cristo mi perdoni per fare queste supposizioni molto materiali, ma la prima ipotesi, quella delle pergamene è avvalorata anche dal fatto che non si volle annientare una "fede", ma un popolo ed una cultura, probabilmente anche per la paura, del tutto fondata, di un tramandarsi, di generazione in generazione di una tradizione orale che avrebbe potuto accompagnare gli scritti; nel dubbio meglio ammazzare tutti!
analoga sembra essere la vicenda di akenaton, cui furono smantellati cartigli e distrutte buona parte delle opere, amarna stessa rasa al suolo e sul faraone quella che viene definita "dannazione della memoria"; stessa dannazione che bollava i càtari come eretici, fino al piuvolte citato libro di lincoln e company;
una domanda ad anna, non sò se mi è sfuggito (purtroppo ho la stampante rotta e non posso leggere con calma), ma da dove provenivano i rotoli di pelle di pecora?
abbraccio tutti
ps. posso considerarmi seduta alla tavola?
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Arianna



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MessaggioTitolo: Re: ALLA RICERCA DEL GRAAL,i cavalieri non muiono mai...   Dom Giu 01, 2008 9:34 am

LARCANGELO:

i catari


http://forum.tavolarotonda.eu/index.php?sh...55&hl=dante



IL BOGOMILISMO



La Grande Bulgaria, negli anni tra il 927 e il 969, era governata dallo zar Pietro. Il popolo era grandemente oppresso e ci furono rivolte di contadini. Erano masse affamate, costrette a vivere in condizioni di grande sofferenza. Portavoce di questa protesta fu un prete, Bogomil. "Bog" in slavo vuol dire "Dio" e "Mil" equivale ad "amato", perciò "Amato da Dio". Il prete Cosma scrisse tra il 969 e il 972 un "Trattato contro i Bogomili". La loro zona di predicazione fu la Bulgaria Orientale e la Macedonia. Bogomil elaborò una nuova dottrina secondo la quale Dio era signore del solo mondo spirituale e invisibile, mentre tutto il mondo materiale, con la sua cattiveria e malvagità, era il dominio di Satana, Principe del Male. Secondo l’antico testo bogomilo " Le argomentazioni di Giovanni", Satana era stato in principio, un Angelo.







"Egli stava nelle virtù dei cieli



e presso il trono del Padre



invisibile ordinatore di tutte le cose.



Discendeva dai cieli fino all’Inferno



ed ascendeva fino al trono di Dio,



invisibile Padre,



e custodiva quelle glorie



che erano sopra tutti i cieli.



E pensò di voler porre il suo trono



al di sopra delle nubi e



di essere simile all’Altissimo".



Satana corruppe gli Angeli che erano a guardia delle realtà materiali, l’aria, l’acqua, la terra e il fuoco. Dio, adirato, lo punì. Gli sottrasse l’amministrazione dei cieli. Satana chiese a Dio ed ottenne per sette giorni di fare quello che volesse. Satana mise in ordine il mondo materiale e poi creò l’uomo.







"Da ultimo Satana pensò di far l’uomo



per averlo suo servo,



e prese del limo della terra



e fece l’uomo simile a sè



ed ordinò all’Angelo del secondo cielo



di entrare nel corpo di fango.



Poi prese il fango



e fece un altro corpo,



in forma di donna



ed ordinò all’Angelo del primo cielo



di entrarvi.



E gli Angeli piansero molto



vedendosi imprigionati



dentro una forma mortale,



nella diversità dei loro sessi."



Adamo ed Eva imparano l’atto sessuale per mezzo del Serpente e così generarono altri uomini " figli del Serpente e del Diavolo", perpetuando così di secolo in secolo, il regno di Satana. L’uomo era frutto di un disegno diabolico e non divino. Allora Dio mandò in questo mondo diabolico un Angelo, che aveva aspetto umano, Maria. Costei accolse in sè il Cristo, dando l’impressione di una nascita reale. Cristo sulla terra insegnò il suo Battesimo nello Spirito Santo. Quello del Battista era diabolico, perchè si serviva dell’acqua, elemento materiale. I miracoli erano apparenze e la croce era odiata e disprezzata e non da adorare, perchè lì, gli Ebrei, avevano ucciso il figlio di Dio. I Bogomili nelle loro case dovevano recitare il Pater Noster quattro volte al dì e quattro volte la notte; era l’unica preghiera ammessa perchè insegnata da Cristo stesso. I fedeli dovevano confessare pubblicamente i loro peccati e veniva loro posto sul capo il Vangelo, mentre i presenti invocavano lo Spirito Santo e recitavano il Pater. I fedeli destinati al sacerdozio venivano addottrinati e sottoposti ad ulteriori prove di vera fede. Poi durante l’ordinazione, i presenti sputavano sul neofita a simboleggiare il disprezzo per il vecchio uomo e l’odio per il demone che ci dimorava. Tutti poi mettevano la mano sul suo capo, attuando così il Battesimo spirituale. Disprezzavano gli altri cristiani, il cui clero teneva una cattiva condotta. Sul piano sociale erano dei ribelli all’ordine costituito. "Insegnano ai loro aderenti a non sottomettersi alle autorità, oltraggiano i ricchi, odiano gli imperatori, insultano i signori, ritengono che Dio rifiuti coloro che lavorano per l’imperatore e raccomandano ad ogni servo di non lavorare per il suo padrone".



Nel 1199 il Bogomilismo divenne religione di Stato in Serbia, Bosnia e Dalmazia, per scomparire verso la fine del XV secolo, in seguito alla conquista turca. Ci fu allora un passaggio in massa della nobiltà bosniaca alla fede musulmana. I Bogomili erano chiamati anche Fundaiti, cioè " portatori di bisaccia", vagabondi. Questi vagabondi, e anche le loro idee, verso l’XI secolo arrivarono in Europa Occidentale, contribuendo in modo determinante alla nascita del Catarismo.




http://forum.tavolarotonda.eu/index.php?sh...55&hl=dante

nda
curiozita culturale la lingua Ungara(vicino a Bulgaria) non ha nessuna conezione con nessuno cepo conosciuto nella storia della umanita (come piovuta dal cielo in mezzo agli altri)

attenzione a Dante e Beatrici e i fedeli d'Amore ,e Templari
larca
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Arianna



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MessaggioTitolo: Re: ALLA RICERCA DEL GRAAL,i cavalieri non muiono mai...   Dom Giu 01, 2008 9:39 am

Avevo letto anche di Dante e dei contenuti esoterici delle sue opere che non si limitano all'opera più conosciuta:la Divina Commedia,ma a tante altre,esaminai il "Convivio" denso di riferimenti,ma il dolce stil novo,come sottolinei è una chiave di accesso molto importante,seppure con la dovuta circospezione così come direbbe Ermete Trimegisto "separando il sottile dallo spesso"

Grazie anche di questa ulteriore "dritta"

Avevo già pronto un altro post,ma preferisco soffermarmi sul tuo suggerimento(Dio quanto materiale!Forse Teseo ha ragione:ci vorrebbe un cd!!!! )

Dunque:


Dante e i fedeli d'amore

(Tratto dallo scritto del saggista Luciano Pirrotta nell'articolo della rivista Abstracta n° 12 (febbraio 1987).

La questione della possibile appartenenza di Dante ad un’oscura setta esoterica, i Fedeli d’Amore, ha fatto versare fiumi di inchiostro.



Miniatura del canto XII del Purgatorio nella Divina Commedia appartenuta a Federigo di Montefeltro (1422-1482), duca di Urbino.

Chi sono i Fedeli d' Amore?

Dall'esame semantico-letterale degli scritti di Dante e dei maggiori rimatori del suo tempo l'espressione parrebbe designare semplicemente coloro che, sulla scia della lirica provenzale trobadorica, riconobbero nell'amore una forza spirituale trasfigurante capace di far trascendere la condizione umana, fino a raggiungere la conoscenza e l'amore di Dio.

Tramite di questa purificazione progressiva è la donna, non più oggetto di passioni contingenti, di carnali concupiscenze, ma specchio di virtù e celestiale bellezza su cui si riflette, trasformandosi e pur sempre a se stessa rimandando, la bellezza e la bontà divina.

Fedeli d' Amore sono dunque gli Stilnovisti tutti, ,ma non solo loro:

chiunque abbracci questa accezione nuova della parola «amore» in cui si sottende un'esperienza intima dell'essere fondamentalmente religiosa.

Di qui una poesia con stilemi ed immagini in comune: luoghi retorici, sottigliezze allegoriche, simbolismi allusivi e inquietanti, lessico oscuro.
Nel medio evo ,nell'età di mezzo, tutto o quasi è allegoria, simbolismo, parabola, e al tempo stesso giuoco stilistico, squisita variazione sui medesimi temi, ricerca ossessiva di perfezione.

Ma c'è qualcosa di più : i Fedeli d'Amore erano forse una confraternita.

Giovanni Villani nella sua «Cronica» (1308) ne fa un laconico accenno ricordando che «una nobile corte» vestita di bianco sfilò in corteo dietro «un signore detto dell'Amore» durante la festa di S. Giovanni svoltasi a Firenze nel giugno del 1283 (Lib. VII, cap. LXXXIX).

Gabriele Rossetti, il poeta-patriota risorgimentale padre del più noto Dante Gabriele Rossetti, scorge sotto il lessico amoroso della Vita Nuova, della Commedia e dell'opera di altri autori coevi un messaggio politico altrimenti intrasmettibile: finzione poetica e stilemi retorici tradiscono un linguaggio segreto, adoperato da una setta (quella appunto dei Fedeli d' Amore) animata da intenti ghibellini e patriottici con finalità unificative della penisola, a fronte delle tendenze frazionistiche manifestate per tornaconto egemonico dalla Curia romana.

Il Rossetti redige anche un primo elenco (poi via via accresciuto dai suoi epigoni) del gergo cifrato impiegato dai membri della congrega:

“ Amore” è il nome convenzionale del sodalizio e al tempo stesso la devozione per la ,«Sapienza Santa,»; “vita” è l'ideale imperiale; “morte” la corrente guelfa...

L'anno della sua morte (1854) un suo ammiratore e corrispondente, Eugene Aroux, pubblica, attingendo con disinvoltura alla ancora inedita Beatrice di Dante, l' opera tendenziosa Dante héretique revolutionnaire et socialiste, in cui, spingendosi ben oltre il maestro, ipotizza non solo un'appartenenza del poeta fiorentino all'Ordine del Tempio (in forza dell'accenno polemico nella Commedia all'annientamento dei Templari da parte di Filippo il Bello e Clemente V), ma un esplicito rapporto con l'eresia catara (la cui polemica antipapale, i motivi pauperistici e il rigore religioso ricordano talvolta certe posizioni dantesche)

Con l'accenno aiTemplari e ai Catari gli occultisti ,espressione della cultura esoterica,fanno il loro ingresso.

È così che la questione di Dante e dei Fedeli d'Amore ,arricchendosi di nuove congetture unite a scoperte strabilianti ,passa nelle mani di Joséphin Peladan (detto Sar Mérodack), fondatore nel 1888 col marchese Stanislas de Guaita e Oswald Wirth dell'Ordine Cabbalistico della Rosa + Croce, poi di Alphonse Louis Constant (in arte Eliphas Levi), che nelle loro opere estendono ancora l'equazione nei termini seguenti: Fedeli d' Amore = Catari = Gioanniti = Cabalisti = Gnostici = Ermetisti = Templari = Rosa + Croce.

Quelli che seguiranno, sulla traccia di ermeneutiche “esoteriche”, in Italia e fuori, non faranno - tranne rare eccezioni - che accrescere la confusione, contraddicendosi a vicenda e interpretando fuggevoli indizi ciascuno secondo la propria ottica precostituita.

Così per il Valli, il Ricolfi, l' Alessandrini, seguaci delle tesi rossettiane, i Fedeli d'Amore (e fra loro Dante) esprimono tendenze filo- imperiali patriottiche con coloriture dottrinali vicine ai Templari e ai futuri Rosa + Croce, ma senza alcun connubio con l'eresia catara.

Per l'Evola, che ne accetta il carattere di “milizia ghibellina” (con dei 'distinguo' per Dante), essi costituiscono una corrente esoterica superiore iniziaticamente al Catarismo e al cristianesimo in genere, ma già degradata rispetto all'ethos templare, sia a causa del carattere estatico-contemplativo, sia leI ruolo centrale assegnato alla donna vista ora come simbolo dell'Intelletto ora della Sapienza santa, secondo moduli platonizzanti ,ovvero prettamente gnostici (Pistis Sophia).

Da Guénon e dal Burckhardt viene invece rilevata l’ascendenza islamica (specificamente sufica con qualche venatura cabalistico-ermetica) nell’opera di Dante: i Fedeli d’ amore, data per scontata la filiazione dai Templari, avrebbero avuto nozione, tramite quest’ordine a lungo soggiornante nel Vicino Oriente, delle dottrine esoteriche arabo-ebraiche.

Il Reghini individua nella setta una matrice politica ultra-ghibellina, fa di Dante un imperialista pagano e scorge nel linguaggio “segreto” dei fedeli d’amore una concezione iniziatica di stampo pitagorico (la simbologia numerica nella commedia) con forti componenti anticristiane (contrariamente a Guénon) e proto-massoniche (contrariamente all’Evola).

Denis de Rougemont, infine, riesumando le teorie dell’Aroux e del Péladan, anche se con atteggiamento possibilista venato di eclettismo, la versione di un Dante eretico, permeato come gli altri suoi confratelli dalla dottrina albigese, per lui, sulla base dell’assioma non del tutto infondato Trovatori=Catari, anche il grande fiorentino, conoscitore delle tesi provenzali sull’amor cortese, poteva esser rimasto influenzato dall’eresia che nel XII secolo percorse e contaminò tutto il sud della Francia come una lebbra.

Nella molteplicità degli approcci critici come nella diversità dei loro esiti, emergono alcuni punti fermi sui quali tutti questi autori sembrano concordare:

I Fedeli d’amore costituivano una società segreta impiegante un linguaggio che si articolava su un duplice binario semantico: quello essoterico della poesia e trattatistica amoroso-galante del tempo, e quello esoterico del messaggio iniziatico-politico per la cerchia ristretta di chi sapeva intendere. Alla setta sarebbero appartenuti non solo Dante, Cavalcanti, Guinizelli, Cino da Pistoia ma anche Dino Compagni, Giovanni Villani, Francesco da Barberino, Cecco d' Ascoli; come dire il fior fiore della cultura letteraria italiana dal XIII al XIV secolo.

Francesco Paolo Perez, titolare di letteratura italiana a Palermo, poi senatore e ministro, nel 1865 diede alle stampe la Beatrice Svelata, e Giovanni Pascoli,influenzato dalle sue letture mistico-occultistiche pubblicò nel 1898 Minerva oscura, poi, successivamente, Sotto il velame e La mirabile visione.

Ma l'ambiente universitario ortodosso, in mancanza di una documentazione storica probante, posto di fronte alla scarsa filologia (surrogata da un'abbondante ideologia) di molti fra questi esegeti, se lascia cadere nel silenzio le “scoperte” degli esoteristi su Dante e i Fedeli d'Amore (a volte anche per sostanziale ignoranza di alcuni testi in materia) non può tollerare che fra le sue stesse file si coltivino fumose fantasticherie.

Avviene così che ,alla presentazione del volume Minerva oscura all'Accademia dei Lincei, presidente di commissione il Carducci, questi deplorerà le presunte novità scoperte dal Pascoli rimproverandogli la scarsa conoscenza della vasta critica esistente sull'opera dantesca.

E il Croce, sempre implacabile contro ogni tendenza misticheggiante, bollerà il secondo volume pascoliano Sotto il velame (fra i più cari al cuore del suo autore) come «singolare aberrazione».

Innanzitutto è opportuno scindere in qualche misura la corrente dei Fedeli d' Amore (se pure furono mai una setta vera e propria) dallo stesso Alighieri.

Su una tale organizzazione infatti non esistend pressoché alcuna documentazione, ogni ipotesi, ove trovi appigli plausibili, appare lecita.
Non è però lecito operare connubi o congetturare filiazioni impossibili in presenza di dati storico-dottrinali incontestabili.
Se i Fedeli d' Amore risentirono l'influsso dell'eresia albigese e adottarono la concezione catara sull' eros e la donna, molto difficilmente potevano al tempo stesso incorporare la regola templare misogina e guerriera.
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Arianna



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MessaggioTitolo: Re: ALLA RICERCA DEL GRAAL,i cavalieri non muiono mai...   Dom Giu 01, 2008 9:42 am

È vero che molti Catari furono strenui combattenti, ma in funzione essenzialmente difensiva, allorché si avvidero nella morsa inesorabile che andava stringendosi intorno a loro.

Per l'Ordine del Tempio invece l'esercizio delle armi rivestì sempre il carattere di difesa del più debole, mentre l'esperienza bellica secondo l'ethos eroico-cavalleresco fu intesa sempre come via di realizzazione spirituale.

È vero che sia i Catari quanto i Templari furono accusati di eresia, ma lontane sono le radici delle rispettive eterodossie: manichea, estatica, orientaleggiante la prima; sufica, operativa, ermetico-alessandrina la seconda.
Va inoltre ricordato a tutti i sostenitori della matrice ghibellina dei Fedeli d' Amore, che parimenti sostengono l'influenza albigese e templare sulla setta, l'origine propriamente “guelfa” di ambedue questi fenomeni.
Se il catarismo si sviluppò su istanze pauperistiche antitemporali più che realmente anticristiane, e l'alleanza con alcuni grandi feudatari di Provenza e linguadoca fu dettata prevalentemente dal confluire di interessi comuni in quella contingenza storica più che da un effettivo ghibellinismo, l'Ordine del Tempio, come tutti sanno, ebbe il suo patrono in S. Bernardo di Chiaravalle e l'investitura, i vari benefici, i riconoscimenti pontifici non confortano certo una tesi filo imperiale nei suoi riguardi.

L' Alighieri innanzi tutto afferma al di fuori di ogni ragionevole dubbio la sua avversione ad ogni eresia, particolarmente a quella albigese, sia facendo rivolgere da S. Bonaventura di Bagnoregio una fervida lode a S. Domenico per la sua opera di difesa dell'ortodossia contro il catarismo {Par., XII, vv. 97-102), sia rivolgendosi egli stesso con trepida devozione a Folchetto da Marsiglia (Par, IX, vv. 73 sgg.) insigne trovatore provenzale divenuto nel 1205 vescovo di Tolosa e successivamente distintosi come uno dei più feroci persecutori, insieme con l’ordine cistercense, dell’eresia contro cui mosse l’esercito guidato da Simone di Montfort.


Viceversa, molti di coloro che i rossettiani, l’Aroux e il Péladan annoverano tra i Fedeli d’Amore vengono inequivocabilmente condannati da Dante e collocati nell’inferno. Così Cavalcante Cavalcanti, e potenzialmente il figlio di lui Guido (pur fra gli amici più cari al poeta) che Beatrice “ebbe a disdegno”, sono posti nel VI cerchio con gli eresiarchi.

Lì, negli avelli infuocati, giace anche l’imperatore Federico II, alla cui corte, a detta di alcuni esegeti, sarebbe stata tenuta a battesimo la setta “ghibellina” del Fedeli d’Amore. Né sorte molto diversa vien fatta toccare al suo segretario Pier delle Vigne, secondo i rossettiani il vero protettore di quell’associazione segreta: mutato in pruno sconta la sua pena nel II girone del VII cerchio in mezzo ai suicidi.

Quanto a coloro che sostengono, come il Guénon e il Burckhardt, la filiazione templare di Dante, viene naturale porre un quesito:

se l’Ordine Templare, come è ormai assodato da molteplici studi critici, possedeva profonde conoscenze alchemiche, tanto da esprimere nel simbolo del Baphomet una vera sintesi dei principi della Scienza Ermetica, come è possibile che un suo affiliato accettasse la versione più superficiale e riduttiva di essa, propria degli esegeti profani?

Dante infatti colloca nella X bolgia gli alchimisti facendoli rappresentare dai due falsificatori di metalli Griffolino d’Arezzo e Capocchio da Siena.

A tutti quelli, infine, che, in assenza di prove documentali accrescono la schiera ghibellina e anticattolica dei Fedeli d’amore con personaggi illustri contemporanei di Dante, suggeriamo almeno di espungere il nome di Francesco da Barberino: questi infatti dal 1327 (anno del rogo di Cecco d’Ascoli) al 1333 figura fra gli ufficiali che affiancano l’inquisitore di Firenze nel suo “ardente” ufficio.

Bastano questi pochi esempi a far avvertire come, appena si esamini la questione affrontata qui brevemente, anche sulla griglia di elementi eterogenei, essa paia sbriciolarsi e quasi dissolversi fra le mani del ricercatore.

Se si scinde la figura dell' Alighieri dal misterioso movimento dei Fedeli nel tentativo di sanare almeno qualche macroscopica aporia, cosa resta realmente, visto che proprio in Dante ricorre più frequentemente l'espressione "fedele d' Amore" col relativo lessico?

Resta, a nostro giudizio, soltanto ,”l'esoterismo di Dante", con questo termine intendendo però non le straordinarie conoscenze iniziatiche attribuite dagli occultisti a un Dante templare' Maestro dei Misteri'.
Piuttosto un Dante attraverso la cui immensa dottrina si filtra la complessa cultura classica e medioevale, fatta anche di astrologia, magia, alchimia, come di mitologia, teologia, filosofia. Un Dante (e qui la documentazione storica esiste) in relazione col poeta-cabalista ebreo Salomon ben Jekuthiel (1270-1330) e a conoscenza, lo ha dimostrato inoppugnabilmente il filologo Miguel Asin Palacios, del Kitab el-isrâ e delle Futûhât el-Mekkiyah di Mohyiddin ibn Arabi, opere anteriori alla Commedia di circa ottanta anni, la cui influenza sul poema è difficilmente negabile.

Dante conosceva certamente anche il Roman de la Rose con tutte le sue allusioni alchemiche, e non è un caso che alcuni gli attribuiscano la paternità del poemetto anonimo Il Fiore che di quello è un rifacimento ridotto.

Il problema è sempre vedere fino a che punto egli abbia aderito a certe proposizioni ed istanze, o se ne sia semplicemente servito per elaborare un pensiero nuovo, talvolta addirittura antitetico. Giustamente è stato osservato che il grande fiorentino «. ..spicca assai più come un poeta e come un combattente che non come l'affermatore di una dottrina priva di compromessi» e che «. ..malgrado tutto Dante abbia avuto come punto di partenza la tradizione cattolica, che si sforzò di innalzare ad un piano relativamente iniziatico...» .

È stata sollevata l'ipotesi che Dante potesse aver mutuato certe conoscenze esoteriche da Brunetto Latini autore del Livre du Tresor in lingua d'oil e del «Tesoretto» in volgare.

Ma se così fosse perché mai Brunetto è posto dal suo illustre discepolo nel III girone del VII cerchio infernale, tra la schiera infamante dei sodomiti?


NOTE BIBLIOGRAFICHE su "Dante esoterico"

(1) Vi è stato già nel ‘700 qualche primo accenno di esegesi eterodossa dell’opera dantesca; cfr A. H. Biscioni, Studi Danteschi, Firenze 1723.

(2) Successivamente l’Aroux pubblicò un libretto dal titolo ancor più programmatico: Chiave della Commedia anticattolica di d. A. pastore della chiesa Albigese della città di Firenze, affiliato all’ordine del Tempio, recante la spiegazione del linguaggio simbolico dei Fedeli d’Amore nelle composizioni liriche, romanzi ed epopee cavalleresche dei trovatori (1856)

(3) Il Guénon inoltre annovera Dante fra i capi dell’associazione della Fede Santa «terz’ordine di filiazione templare» e rintraccia, sulla base di discutibili criteri analogici, rapporti e continuità nella moderna tradizione massonica.

(4) J. Evola, Il mistero del Graal, II ed., Roma 1972
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Arianna



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MessaggioTitolo: Re: ALLA RICERCA DEL GRAAL,i cavalieri non muiono mai...   Dom Giu 01, 2008 9:44 am

Una delle possibili etimologie di Graal comprende l'attributo "San": "San Graal" sarebbe l'errata trascrizione di "Sang Real", ovvero "Sangue Reale".

Il sangue è, evidentemente, quello di Cristo contenuto nella coppa, ma per altri commentatori il termine sangue designa una dinastia (per Dion Fortune, quella dei sacerdoti di Atlantide).

La stirpe di cui i ricercatori Baigent, Leigh e Lincoln hannno scoperto l'esistenza dopo un appassionata ricerca è quella di Gesù.

Salvatosi dalla crocefissione, il Redentore avrebbe generato dei figli, da cui sarebbe nata la dinastia francese dei Merovingi.

L'ipotesi, descritta in The Holy Blood and the Holy Grail (Il mistero del Graal, 1982) non si ferma qui.

Certe misteriose carte rinvenute nel 1892 dal parroco Berenger Saunière nell'altare della chiesa di Rennes-Le-Chateau sarebbero state il punto di partenza per il ritrovamento di altri documenti i quali proverebbero che, lungi dall'essersi estinti nel 751, i Merovingi (e quindi gli eredi diretti di Cristo) sono ancora tra noi, accuratamente protetti da un'antica società iniziatica denominata Il "Priorato di Sion", il cui scopo è ripristinare la monarchia al momento opportuno.

Come i "Superiori Sconosciuti" di Agharti, i membri del Priorato - di cui sono stati Gran Maestri, tra gli altri, Nicolas Flamel, Leonardo da Vinci, Ferrante Gonzaga, Robert Fludd, Victor Hugo, Claude Debussy, Jean Cocteau - costituiscono una "Sinarchia" o governo occulto che, ormai da quasi un millennio, influisce sulle scelte (politiche o d'altro genere) dei governi ufficiali.

Purtroppo - fanno rilevare Baigent, Leigh e Lincoln nel seguito di The Holy Blood and the Holy Grail, intitolato The Messianic Legacy (L'eredità messianica, 1986), negli ultimi tempi il "Priorato" si è parzialmente corrotto, e alcune sue frange mantengono stretti contatti con la Mafia, la P2 e alcuni uomini politici italiani.

I rapporti intercorsi tra i catari e i templari c'inducono a chiederci perchè i secondi, durante la persecuzione e l’annientamento dei catari ad opera dei crociati di Innocenzo III fatti scatenare nei territori della Linguadoca a partire dal 1209, mantennero un misterioso quanto inquietante comportamento di neutralità, per non dire di occulta partigianeria, visto che alcuni storici concordano sul fatto che i cavalieri del Tempio aiutarono in qualche caso alcuni catari a sfuggire alla cattura e al bruciamento sul rogo.

Innanzitutto bisogna dire che i Catari, i misteriosi Boni Homines che tanta paura misero alla Chiesa per le loro teorie ritenute estremamente “eretiche”, di sicuro erano entrati in possesso di qualche reperto materiale o documentale assai scottante, altrimenti non si spiega l’accanimento sanguinario assunto dalle orde inferocite delle armate crociate di Simon de Montfort.

Ma, come sappiamo, la crociata contro i catari, come già accennato in un post precedente, ebbe inizio nel 1209, mentre la storiografia sui Templari ci dice che questi divennero istituzione nel 1118 nel famoso concilio di Troyes, anche se è provato che essi si recarono in Palestina ben prima di questa data, mandati colà ancora non si sa bene perché anche sotto la spinta di un personaggio assai di spicco di quei tempi, Bernardo di Chiaravalle, il quale è risaputo peraltro ebbe diversi incontri con i catari nel vano tentativo di convincerli a rientrare nell’ovile della Santa Madre Chiesa. Gli studiosi ci dicono che questi sforzi risultarono non solo vani ma addirittura si ritorsero in un certo qual modo contro di lui, nel senso di renderlo edotto fin nel profondo che questi pretesi “eretici” forse erano nel giusto più e meglio della Chiesa che egli rappresentava.

Ebbene, a quanto sembra, fu dopo queste infruttuose manovre di persuasione che Bernardo di Chiaravalle decise di convocare alcuni cavalieri per convincerli a recarsi in Palestina, con lo scopo apparente di proteggere i pellegrini dalle scorribande dei saraceni, una motivazione che non sta né in cielo né in terra, lasciando quindi presagire che il motivo era ben altro, quello di portare alla luce alcuni misteri forse in relazione a quanto già avevano acquisito i Catari.

E’ certo una ricostruzione che può offrire il fianco a diverse critiche, ma da quanto ne so sembra che le cose siano andate in questo modo.

Dunque, il primo risultato che si consegue da questa analisi è che i Templari nascono quale propaggine dei Catari, nel senso che dovevano accertare su quale base i Catari predicavano ad esempio che il mondo era opera di un Dio malvagio, con relative aporie riguardanti la figura del Cristo, che doveva meglio essere vagliata in quanto ritenuta il perno dei perni di tutti i misteri religiosi.

Secondo gli storici esiste un lasso di tempo prima della convocazione del Concilio di Troyes in cui i primi nove cavalieri templari si dettero anima e corpo, a Gerusalemme, alla ricerca di qualcosa di assai minaccioso per le sorti della Chiesa e difatti sembra che a un certo punto della loro storia, pur mantenendo la loro promessa di sottomissione alla Chiesa di Roma, i misteriosi cavalieri cominciarono ad agire nascostamente per conto proprio, istituendo capitoli segreti ed organizzandosi secondo uno schema piramidale a compartimenti quasi stagni per impedire che l’intera associazione venisse messa a giorno di eventuali scoperte riguardanti l’origine della religione cristiana.

Si sa per certo che i templari, pur combattendo furiosamente contro i musulmani, ad un certo punto ebbero dei seri ripensamenti sulla loro politica militare e incominciarono ad intrattenere coi nemici con i quali erano stati chiamati a combattere una sorta di rapporto occulto, dando ed acquisendo informazioni di un certo livello in vista della fondazione di una religione universale che cancellasse per sempre l’idea stessa di una guerra permanente tra le due anime del monoteismo.

Filippo IV detto il Bello si dice decise la distruzione dei templari per accaparrarsene le enormi ricchezze accumulate e questa spiegazione compare sempre al primo posto quando si deve andare a spiegare il perché dell’improvvisa persecuzione dei cavalieri.

Ma è un’idea che, se può essere sostenuta da un punto di vista meramente economico, non regge assolutamente quando si pensa solamente che in realtà la corte di Francia era in stretti rapporti con i cavalieri allorché questi si riversarono in Francia dopo alcuni capovolgimenti militari subiti ad opera dei musulmani. In sostanza i templari cooperavano anima e corpo con la corte di Francia e con Filippo IV il Bello, elargendo grossi contributi alle casse statali ed in pratica sostenendo l’economia del paese in un momento di grave crisi finanziaria, ragion per cui sono portato ad escludere la possibilità che il Re di Francia abbia agito solo per brama di ricchezze a buon mercato.

Il fatto era che i Templari, ritornati dai territori d’oltremare, erano entrati in stretti rapporti con quel che rimaneva dell’eresia catara dopo le decennali carneficine a cui essa fu sottoposta e seppure la crociata anticatara era cominciata assai prima di questo ripiegamento nei territori di partenza non va dimenticato che al tempo della persecuzione dei catari esistevano in Francia capitoli dell’Ordine che mantenevano stretti rapporti con i fratelli d’oltremare e con gli eretici.

Chiediamoci il perché del rituale del rinnegamento di Cristo.

Non c’è dubbio che i templari, con questo rituale apparentemente dissacrante, non immaginavano neppure di rifiutare o di negare alcuni degli insegnamenti più profondi del Cristo,essi volevano far capire agli adepti che su questa figura mastodontica della civiltà umana esistevano dei punti oscuri che loro imputavano alla Chiesa di Roma, rea di nascondere alle masse la vera identità di Gesù.

I templari erano in sostanza a conoscenza di certi segreti sulla storia di Cristo che forse condividevano con gli stessi catari e ciò spiegherebbe la loro neutralità durante la famosa crociata albigese.

Il fatto che nei territori attorno Rennes-le-Chateau esistessero castelli e commanderie catare e templari è un altro aspetto da non sottovalutare e pertanto sia i catari che i templari erano in possesso di informazioni segretissime su Gesù che ovviamente mettevano paura alla Chiesa e difatti Clemente V ad un certo punto dovette inchinarsi dinanzi alla volontà di Filippo di farla finita con i cavalieri prima che questi potessero diventare ancora più insidiosi dei catari.

Qui si innesta il filone del mistero di Rennes-le-Chateau e infatti si racconta che Sauniere, il parroco di questa inquietante cittadina del sud francese, ad un certo punto fu messo nelle condizioni di trovare alcune strane pergamene apparentemente anodine ma che, se lette attentamente, potevano svelare un mondo di segreti e misteri assai minacciosi per il buon nome della Chiesa.

L’abate di Rennes-le-Chateau si rese conto infatti che leggendo le pergamene facendo attenzione a particolari lettere messe in rilievo rispetto alle altre venivano fuori delle oscure frasi che rimandavano al Re merovingio Dagoberto II, ad una misteriosa Chiave 681 e, quel che più conta, al pittore Nicolas Poussin, autore di un quadro conturbante, I PASTORI D’ARCADIA, in cui è dipinto un sarcofago con la scritta ET IN ARCADIA EGO, con nello sfondo un paesaggio che ricorda quello dei dintorni di Rennes-le-Chateau.

Strano che possa sembrare, il parroco divenne improvvisamente ricco, cominciò a spendere ingenti somme per dei lavori di ammodernamento della Chiesa di Maria Maddalena e per vari altri interventi sul territorio tesi al miglioramento delle condizioni di vita dell’esigua popolazione.

Nel frattempo cominciavano a registrarsi terribili decessi apparentemente di natura criminale e accidentale e si dice che a un certo punto Sauniere sentì il bisogno di recarsi a Parigi per conferire con alcuni esperti della pittura di Poussin. Quella tomba dipinta non gli dava pace...

Qui le strade si diramano in diversi vie e viottoli e alcuni si spingono a dire che in effetti quella tomba dipinta indicava occultamente l’ultima dimora del Cristo (la famosa chiave 681 che si legge in una delle pergamene dopo la sua decifrazione rimanderebbe secondo alcuni al Monte Cardou vicino Rennes-le-Chateau, rilievo montuoso alto più o meno quanto indicato nella cifra numerica), sfuggito alla crocifissione e riparato in Francia dove sarebbe morto di vecchiaia.

Ma ovviamente siamo nel campo delle teorie e non c’è nulla di provato.

Quello che mi sembra ancora più inquietante in questa storia è invece un’interpretazione che si rifà ad alcuni concetti del docetismo cataro.

E’ possibile in sostanza che i templari si siano resi conto che il Cristo raccontato dai Vangeli non fosse quello vero, ma solo una sua parvenza lontana.

Il Cristo in sostanza sarebbe venuto ad annunciare un regno spirituale in netta contrapposizione con le potestà di questo mondo, sarebbe quindi entrato in forte contrasto con la casta sacerdotale del Sinedrio ed avrebbe assestato colpi devastanti al potere romano di allora, facendo passare l’idea che il mondo e tutto quanto in esso contenuto non aveva e non avrebbe alcun rapporto con l’idea di un Dio buono e misericordioso che da sempre ci parla alle orecchie dello spirito cercando di farci dimenticare l’abbraccio mortale con la materia.

Ritrovamenti documentali di questo tenore è possibile che siano entrati in possesso dei catari e degli stessi templari, non a caso è risaputo che lo spirito combattivo dei templari ad un certo punto venne sempre meno fino al punto, come ricordato, che essi subirono continui rovesci militari che li costrinsero a togliere le tende e a ritornare nelle terre francesi da cui erano provenuti.

Si trattava di vangeli segreti gnostici mai conosciuti e fatti conoscere all’umanità?

Vangeli segreti dinanzi ai quali quelli apocrifi ritrovati nello scorso secolo sarebbero solo documenti annacquati?

Scritti illustranti la vera natura di Cristo e la sua vera storia e missione?

Da un po’ di anni è stato proibito a chiunque eseguire scavi nelle terre di Rennes-le-Chateau.

Paura? Di che cosa?

Perché lo stemma di Rennes-le-Chateau presenta nel tessuto del suo gonfalone il famoso esagramma, e cioè due triangoli dai vertici capoversi, quasi ad indicare un equilibrio che a nessuno deve essere permesso di turbare?

E la statua del Diavolo Asmodeo posta all’entrata della Chiesa di Maria Maddalena, scultura quanto mai terribile (sul portale della Chiesa compare non a caso la dicitura TERRIBILIS EST LOCUS ISTE) che rimanda ad un tesoro da dissotterrare, stante il fatto che secondo la leggenda Asmodeo era il custode dei tesori del Tempio di Gerusalemme?

La Chiesa FORSE sa che il Cristo che si va ad adorare in Chiesa non è quello vero...sa che su di lui si sono costruite strutture teologiche che non stanno né in cielo né in terra...sa tutto e il contrario di tutto, per questo non vuole che si sappia la Verità, per questo non si vuole che si scavi a Rennes-le-Chateau...per questo prende in giro quanti si affannano alla risoluzione del Mistero dei Misteri, ma questo atteggiamento non è più sostenibile...è giunta l’ora che l’umanità sappia che Cristo era l’araldo del puro Spirito, lo Spirito del Dio Buono da Lui in persona fatto conoscere.

“Io non sono di questo mondo”

diceva il buon Gesù: un’allusione fin troppo facile da capire alla rarissima struttura ontologica che lo avvolgeva?; un'allusione sibillina all'eventualità di una sua provenienza da altri reami dell'esistenza?; un'allusione occulta all'esistenza di un Artefice Maligno contro cui si scagliò con tutte le forze fino al martirio?

TERRIBILIS EST LOCUS ISTE, dice la scritta sul portale della Chiesa di Maria Maddalena a Rennes-le-Chateau: anche questa un’allusione fin troppo evidente al TERRIBILE EST COGNOSCERE NATURAM VERAM CHRISTI?

Tratto da http://www.cospirazione.net/index.php?opti...3&Itemid=64


Personalmente ritengo che il punto focale da esaminare sia la fuga dei catari durante l'assedio per recare un "tesoro" sulle montagne,quale tesoro?

Forse qualcosa che era celato nella pietra e che come il lavoro di un bravo scultore come,ad esempio Michelangelo Buonarroti,viene "estratto" da essa:la forma inclusa nella materia a cui l'uomo può far vedere la luce estraendola.

Inoltre sono convinta che gli alti gradi della massoneria siano a conoscenza del SEGRETO e che facciano giuramento solenne di non rivelarlo,cosa che ignorano gli apprendisti.

Ma i "figli della vedova" non parlano,non si sbottonano,ma io ci arriverò in un modo o nell'altro,per me è una sfida!

La struttura gotica della cattedrale di Chartres è sicuramente un indizio,ma non solo questa:le Cattedrali che sorsero tra il 1200 ed il 1250 in Francia sono libri di pietra dove sono scolpiti i segreti che i Templari hanno voluto tramandare ai posteri.
Simboli da interpretare!

Inoltre i Templari erano disorientati ma non impreparati all'assalto e riuscirono a mettere in salvo il "tesoro" su carri coperti di fieno.
C'è uno stretto legame tra i Templari ed i Cistercensi,ma di questo parlerò alla prox.
Ciao!
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MessaggioTitolo: Re: ALLA RICERCA DEL GRAAL,i cavalieri non muiono mai...   

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ALLA RICERCA DEL GRAAL,i cavalieri non muiono mai...
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